Categoria: tips & tricks

autore: marcodedomenico | 22 gennaio 2010

Come si scarta un CD? Suggerimenti tardivi su oggetti antichi

categorie: altro, tips & tricks

Il CD è un oggetto sacro e costituisce insieme al vinile e alla musicassetta una specie di trinità.

E soffro al  pensiero che si stia già incamminando lungo il viale del tramonto.

Dopo i vinili e le cassette, l’abbandono delle scene anche del CD chiude un capitolo lungo più di un secolo, da quando si cominciò a registrare musica sui cilindri fonografici.

Ora il concetto di supporto musicale sprofonda ufficialmente nell’oblio, in favore di ben più discrete e impersonali memorie di massa.

La musica di oggi  (specialmente quella dei ragazzi)  è compressa in formato mp3, o comunque è digitalizzata e stoccata nei nostri hard disk, nei lettori portatili, nei cellulari e nelle chiavette usb.

Ogni copia di un brano è identica al suo originale, un omologo perfetto e senza alcuna sbavatura o perdita di qualità.

Io ho un file audio sul mio desktop, te ne posso inviare una copia identica e tu riceverai un file che il mio computer ha scomposto e inviato al tuo computer che lo avrà ricomposto esattamente uguale al mio.

Non vi ricorda il film “La Mosca”?

Il risultato è che l’industria discografica è diventata una fabbrichetta, vengono abbassati di continuo i traguardi di vendita per conferire le onorificenze di settore e per guadagnare qualcosa gli artisti devono sgolarsi sui palchi di tutta Italia.

Oggi nemmeno Ramazzotti potrebbe vivere di soli dischi, o meglio lui magari si, ma solo lui e quattro o cinque suoi compari italiani sdoganati all’estero come la Pausini, Tiziano Filuferru e Zucchero.

Come quando un uomo è in punto di morte e già ti manca, io provo fin d’ora una vaga nostalgia per il CD.

Il CD è per chi come me è della metà degli anni ‘70 l’equivalente del vinile per chi è nato un ventennio prima, comparabile almeno in quanto supporto “hi end” e quindi migliore delle musicassette. I veri cultori dell’audio poi non si facevano mancare in casa un registratore a bobine, la cui qualità era altissima allora e lo sarebbe anche adesso.

C’era un vero e proprio rito dietro l’ascolto di un disco in vinile. Lo si estraeva prima dalla custodia principale e poi dall’involucro interno. Lo si appoggiava con delicatezza sul piatto e si avviava la rotazione. Poi con una specie di spazzola in velluto che si era prima cosparsa di liquido elettrostatico si accarezzava il disco da entrambi i lati, allo scopo di raccogliere la polvere che vi si era depositata sopra. Chi legge questo post e ha meno di vent’anni non sa neppure di cosa si parli, e probabilmente pensa che sia assurdo che non si possa far partire un brano semplicemente facendo play sull’iPod.

Io però viaggio contro corrente, e vado con la memoria al mio primo, il 33 giri dei Dire Straits “Money for Nothing” una raccolta con le più belle dei Dire. La prima del lato A era Sultans of Swing, brano che ho ascoltato così a lungo che i solchi nel frattempo erano diventati delle specie di percorsi per le biglie e che non mancavano mai di ingolfarsi di polvere e carica elettrostatica. Dopo qualche anno, quel disco saltava sempre negli stessi punti ed era più friscìo che suono. Ho imparato a memoria tutti i brani compresi i punti in cui saltava, sempre.

Poi sono arrivati i compact disc.

Quel suono digitale così puro, scevro da qualunque difetto tipico del vinile mi proiettava al di la del tempo e degli spazi, con le cuffie in testa uscivo dalle mura della sala dei miei genitori ed ero in studio di registrazione insieme a Mark Knoplfer, ero nelle corde della sua Stratocaster, mi sentivo una cosa sola insieme alle sue dita.

Da qualche mese ho riversato tutti i miei cd nel Mac, il mio iTunes è un archivio digitale paragonabile a quello di una radio, se il mio archivio fosse fisico riempirebbe le librerie di quattro pareti grandi. I miei CD sono ora tutti chiusi in due grandi scatole da imballo e sono in soffitta. Ascolto la musica tutti i giorni, eppure il supporto fisico mi manca molto. Mi manca aprire il cd, mi manca sfogliare il libercolo allegato, mi manca la difficoltà di toglierlo e metterlo facendolo passare sotto quelle ridicole linguette trasparenti saldate sul coperchio. Mi manca il gesto di estrarlo dalla custodia ed inserirlo nel carrello del lettore, mi manca il tasto a triangolino del play, mi manca tutto quanto!

Non si torna indietro, non si dovrebbe rimpiangere nulla del passato perchè il passato in quanto tale è irriducibile e non lo si può piegare, però è uno sforzo.

Adesso scarico un disco (una volta la musica si acquistava, ora si scarica!)  in meno di tre minuti, dal momento del desiderio all’attimo della sua soddisfazione il tempo è troppo poco. Quando le attese sono brevi, il momento in se vale di meno.

E questo purtroppo vale non solo per la musica. Ora che dispongo di danaro a sufficienza per soddisfare una parte più ampia di quello che mi affascina, la ottengo così alla svelta da rendere tutto meno bello.

Ma veniamo al vero motivo di questo post.

Una volta ogni tanto do anche qualche suggerimento, ho inserito infatti questo articolo nella categoria “tips & tricks”, suggerimenti e trucchetti.

Come si scarta dunque un nuovo CD?

Con un accendino in una mano e il cd nell’altra, lasciate che la fiamma lambisca per pochi attimi uno dei due lati piatti del CD.   Il calore  scalderà la plastichina che lo avvolge fino a farla arricciare creando un buco. Tranquilli, la plastica del cd non subirà alcun danno. Dentro questo buco infilate un dito e tirate, la plastichina verrà via tutta insieme permettendovi di scartare il cd in meno di dieci secondi e senza altri tentativi vani.

Ed ora un minuto di silenzio per i vinili, i cd, le cassettine (beato strumento di cucco perchè se una ragazza ti piaceva e non sapevi come dirglielo potevi farle la “cassettina” e le canzoni parlavano per te) e tutti gli altri supporti fonografici.

Siamo tutti vittime della grande rete.

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autore: marcodedomenico | 16 dicembre 2009

Røde Podcaster USB

categorie: tips & tricks

Røde Podcaster USB

Alla fine ho deciso di scriverne un post.

Ne spreco spesso molti in argomenti che sono  troppo distanti dalla mia professione di speaker/doppiatore pubblicitario e tecnico del suono.

Di solito cerco di inserire una qualche notizia di lavoro, magari alla lontana. Chiudo con un bollettino lavorativo, raccontand

o di una grossa produzione nazionale. Ma troppo spesso parlo solo di me.

Ieri è arrivato l’oggetto ordinato in rete il giorno prima, un microfono professionale da studio che si chiama  Røde Podcaster USB.

E’ un microfono dinamico (dunque non a condensatore) la cui caratteristica principale è quella di trasformare internamente il suono analogico in suono digitale, e di emetterlo dunque sotto forma di “numeri” anzichè come forma d’onda.

Il giochetto è delicato, perché proprio la fase di trasformazione A/D (da analogico a digitale) che è chiamata  ”conversione” richiede un buon processore, che decide in sostanza cosa tenere del suono originale e cosa scartare.

E’ un processo che di norma è affidato alle schede audio, in certi casi addirittura ad un singolo oggetto separato, che può costare alcune migliaia di euro. In quest’arte, Apogee si colloca nell’olimpo dei convertitori A/D.

Qui con 195 euro sono entrato in possesso di un microfono più che onesto e di un convertitore molto buono.

L’audio è esente da qualunque fruscio, il campionamento avviene ovviamente in tempo reale e senza alcun artefatto.

I vantaggi sono molti, specialmente per chi come me ha l’esigenza di registrare in mobilità.

Come più volte ho scritto sul verde di queste pagine, non è raro che mi occorra registrare la voce mentre sono fuori studio. Possiedo una casa in montagna, mia moglie ne ha una al mare. Nei fine settimana capita spesso che frequentiamo appunto la Toscana e le Valli Bergamasche. In quelle occasioni, io porto con me una bellissima borsa da computer portatile con dentro il Macbook, il microfono Røde NT2, la scheda audio della Digidesign per Protools, una minischeda audio sempre di Digidesign per un Protools al volo, le cuffie Sennheiser HD25 (lo stato dell’arte per chi è speaker) oltre a un’infinità di cavetti usb, firewire, di alimentazione e quant’altro. Oltre a questo materiale, si aggiungono la chiavetta Ilock per le licenze di Protools, l’iPhone e rispettivi cavi.

Alla fine sembro una salsiccia che registra in macchina, letteralmente appallottolato nei cavi.

Ora il cavo è uno solo, quello che dal microfono va al Macbook, e la cuffia per l’ascolto è direttamente collegata al microfono, che possiede un’uscita minijack per il feedback in tempo reale. Ho provato a collegare le microcuffie in dotazione con iPod e iPhone e non sono affatto male.

In sostanza, non avrei quasi potuto desiderare di meglio.

Il prossimo passo sarà un’applicazione per iPhone che mi permetta di registrare dentro la mia voce raccolta direttamente dal Podcaster.

Ecco, questa è la prossima frontiera dell’incisione in mobilità, sarà la fine di un incubo e l’inizio di un sogno.

La mia cassetta degli attrezzi come si vede è ricolma di oggetti hi-tech, dei quali pare strano ma non riesco più a fare a meno. Il paradosso è che c’è sempre qualcosa che non funziona, che si inchioda, che cede oppure che diventa semplicemente obsoleta perché in questo campo l’obsolescenza viaggia a Mach tre.

Il paradosso è che spesso, più spesso di quanto vorrei, perdo molto tempo a far funzionare quel che dovrebbe servirmi a farmi risparmiare tempo.

Ad ogni buon conto, la componente ludica del mio lavoro continua ad avere la meglio su tutte le altre. Finché sarà così, non temo nulla.

Allego a questo post una foto scattata pochi minuti fa qui in studio di registrazione, con il Røde in primissimo piano, ultimo oggettino da aggiungere alla pila di quelli che ho già fatto miei.

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autore: marcodedomenico | 17 settembre 2009

Otto coppie… e un pedale.

categorie: tips & tricks

category_recordcables1Maniaci se pensate male!

L’otto coppie è un tipo di cavo che serve per trasportare audio da un punto all’altro di uno studio di registrazione, di uno studio televisivo o da un palco alla consolle di un concerto.

Come suggerisce appunto il nome, l’otto coppie dà l’opportunità di muovere audio su otto canali separati. Fino a ieri uno dei punti deboli del mio studio era proprio la limitata possibilità di trasportare un segnale audio da una parte all’altra della sala di ripresa che si compone di tre ambienti.

Poi è arrivato Fabio Marchesi, un bravo ingegnere del suono che ha progettato e realizzato per me un cablaggio cavi tutto nuovo. Non era semplice, perché non si è partiti da zero ma da una situazione piuttosto malfatta e preesistente.

In definitiva Fabio ha aggiunto cavi, ne ha sostituiti alcuni e tolti altri. Ora il tutto è più coerente, abbiamo regalato al mio studio la possibilità di registrare e riascoltare audio multitraccia praticamente in ogni punto.

Può sembrare un fatto da poco, invece ha reso davvero migliore il mio studio.

Inoltre, ora ho anche “il pedale”.

Provate a immaginare uno speaker che incide ad esempio un lungo documentario. Nessuno ha mai fatto caso che i respiri non ci sono? Lo speaker sembra parlare per interi minuti senza prendere mai fiato. Chiaramente è umanamente impossibile, e il risultato è l’effetto di un editing digitale che viene fatto a posteriori. In quest’opera detta di “postproduzione” il tecnico del suono frammenta la traccia audio in un’infinità di monconi, dopodichè screma quel che non serve (gli errori, i click di saliva e i fiati appunto) e lascia tutto il resto.

Senza perdermi troppo nei dettagli di quest’attività che pure è creativa, posso dire che fino a ieri buona parte del mio tempo veniva spesa in questa fase che alla lunga risulta noiosa e ripetitiva.

Cos’è cambiato? Ora c’è il pedale.

Il pedalino è un oggetto grande come un pacchetto di sigarette che io tengo per terra, sotto la scrivania della sala microfonica. Nei momenti in cui prendo fiato, premo il pedale e il registratore digitale semplicemente smette di registrare. Almeno fino al momento in cui non mollo il pedale. Dunque, con un certo sincronismo, nei punti in cui so che prenderò il fiato (i momenti opportuni sono scelti dallo speaker con un anticipo di almeno due o tre secondi) premo il pedale.

Il risultato è un audio già definitivo, che non richiede alcuna postproduzione, e quindi pronto per essere inviato alle radio, alle tv o alle grandi case di produzione mie clienti.

Ottengo con questo artificio un risparmio immenso in termini di tempo, che mi dà l’opportunità di dedicarmi ad altro, magari in modo più produttivo.

Messa così sembra la fabbrica degli audio, nella realtà le cose sono un po’ diverse, sono però contento di aver messo a punto anche questa idea che da un po’ mi galleggiava in testa.

Otto coppie e un pedale, sembra il nome di una fiction!

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autore: marcodedomenico | 17 luglio 2009

Psicoacustica…

categorie: tips & tricks

Sono passate da poco le tre del pomeriggio di questo che è considerato dai meteorologi il giorno più caldo dell’anno. Nel mio studio di registrazione ci sono esattamente 24 gradi, un metro al di la della finestra che dà sul giardino i gradi sono invece 34.

Un gradiente termico di 10 gradi mi permette di starmene qui seduto a fare quasi niente, se non ascoltare musica naturalmente.

Oggi la colonna sonora è tutta Eagles, mentre edito questo post c’è Those Shoes. Schedulate nei prossimi minuti invece Desperado, Hotel California (la attendo con ansia) e The Last Resort.

Sono tutte canzoni che Itunes ha tradotto nel suo formato proprietario  AAC, il figlio naturale di casa Apple  dell’mp3.

Con questo post rispondo a quanti mi chiedono (accade spesso) com’è possibile ridurre un brano che nella sua forma originale pesa (una volta digitalizzato) 50 mega a meno di 3 mega.

Quel che le nostre orecchie percepiscono come un suono fluido, nell’ambito dell’audio digitale non sono altro che numeri, infinite sequenze di 0 e di 1. Il suono digitale è rappresentato sempre da una forma d’onda che se vista al microscopio si presenta più come una “scaletta” piuttosto che una linea curva. Più i gradini sono piccoli, (al posto del travertino ci sono gli 0 e gli 1) migliore sarà il suono.

Ma questi gradini sono tutti necessari? Evidentemente no, e vi spiego perchè.

L’orecchio umano è molto più limitato di quanto si immagini. Per esempio non codifica le informazioni sonore in maniera omogenea al variare del volume d’ascolto.

Così come gli occhi perdono la percezione del colore quando c’è poca luce (la sera tendiamo a vedere più in bianco e nero che a colori) le orecchie non sono in grado di rilevare tutte le frequenze che compongono il suono al variare del volume. Inoltre (e qui sta il segreto dell’mp3) le orecchie non riescono a percepire  ”variazioni” di suoni molto vicini per frequenza e volume.

Messa così la spiegazione è fin troppo semplificata, ma credo sia utile per capire cosa combina l’algoritmo che comprime l’audio in mp3 e perchè pesa così poco.

L’algoritmo mp3 (mpeg 1 layer 3) non fa altro che eliminare quel che l’orecchio non è in grado di ascoltare, lasciando intatto tutto il resto.

Ed ecco perchè un mp3 può pesare anche un decimo del suo omologo PCM non compresso.

E’ un fatto di psicoacustica, l’mp3 inganna le orecchie e le orecchie ingannano il nostro cervello. Una specie di gioco a fregarsi.

Vedete qualche analogia con la vita reale?

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autore: marcodedomenico | 25 marzo 2009

Tutta la vita davanti, il Folletto e le mani dietro la nuca

categorie: cinema, tips & tricks

Ci ho preso gusto. Ogni sera, dopo la doccia, il momento più bello della giornata.

Quando ogni cosa è fatta, cala il sipario sul dì di lavoro e finalmente posso riposare l’organismo.

Ho appena 33 anni, eppure riesco a sentirmi un vecchio. Ho dolore a ogni giuntura, ogni tanto scopro muscoli nuovi semplicemente perchè mi fanno un po’ male.

Comunque, poco prima delle nove della sera, è un rito. Accendo lo scaldasonno, mentre fa il suo lavoro io vado in doccia, torno zompettando e il letto è un padiglione di tepore. Continua »

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autore: marcodedomenico | 22 marzo 2009

Melodyne, seconda parte

categorie: altro, tips & tricks

In risposta a Mario Loreti, ma anche per soddisfare la curiosità di chi ritiene che sia quasi impossibile modificare la frequenza della propria voce senza alterare “la formante”, vale a dire l’impatto emotivo che i suoni hanno sulla nostra percezione uditiva, allego un limpido esempio.

Ho cantato (malissimo) una delle più belle canzoni di Elvis Presley, Love Me Tender.

Mi faccio ascoltare l’audio della sola ripresa microfonica della voce. Un suono crudo, ogni nota è leggermente stonata. Manca tutto salvo una certa precisione nei tempi di attacco e di uscita.

Dopodiché ascolterete lo stesso file audio, la stesa take, trattata con Melodyne per la correzione del pitch più una serie di effetti per renderla “ear friendly”.

Sarete (spero) tutti d’accordo con me sulla magia del mondo digitale.

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