Per vincere la noia delle lunghe ore trascorse in spiaggia quest’estate, congetturavo sui miei vicini di ombrellone.
Mi sforzavo ascoltandoli parlare, osservando il loro poco abbigliamento balneare, e analizzando attentamente i modelli educativi che questi applicavano ai loro figli di intuire da dove venissero, che mestiere facessero, se fossero borghesi o ricchi, di destra o di sinistra, e se fossero “stagionali” o mensili o “one shot”.
I signori che parlavano con forte accento romano, di una certa età, Il fatto quotidiano la lettura di lei e l’Unità la lettura di lui… Lui che al telefono chiedeva a un suo (immagino) collaboratore se avesse depositato un atto presso la cancelleria, lei che parlando col marito raccontava di quando un bambino le ha chiesto cento volte di rispiegarle i pronomi personali….
Beh, questa coppia è di facile interpretazione. Entrambi di Roma, prossimi alla pensione, lui avvocato lei maestra elementare, entrambi di sinistra e (dal Fatto Quotidiano) estremamente critici nei confronti del Governo.
Poi c’erano i casi più ambigui, ed è lì che congetturare diventa un esercizio di stile tutt’altro che semplice.
In ultimo c’era quella che io chiamavo “la milanese”. Era in effetti una milanese trapiantata a Roma, sposata con un uomo che poteva essere un ricco imprenditore. La milanese ha due gemelli eterozigoti, forse esito di una cura ormonale per la fertilità, vista anche l’età non più verde.
Questi bambini di tre o quattro anni tendevano a snobbare mio figlio che ancora non cammina e non parla e in definitiva quasi non interagisce. Però li sentivo parlare… un bel mix di accento romano e milanese, un ibrido che non avevo ancora mai avuto il piacere di ascoltare.
Uno dei due parlava piuttosto bene, l’altro con una serie infinita di grossolani errori di pronuncia. Ho tentato di entrare in confidenza con la madre, e a un certo punto della conversazione ho osato e le ho chiesto se suo figlio parlasse così perché lo divertiva oppure se fosse il massimo che sapeva fare. Lei, candidamente mi ha sorriso e mi ha risposto che si, lui parla così.
Sono benestanti, mi immagino pomeriggi di piscina, tennis, equitazione, preiscritti al golf…. e la mamma non si accorge che il figlio parla di merda. Ora è un bambino e giustamente come parla importa poco a molti e pochissimo a tutti, ma poi? Quando sarà un adulto e con la voce dovrà anche lavorare? Come farà un colloquio di lavoro? Come convincerà una ragazza che gli piace ad uscire con lui? Come parlerà ai suoi figli? Sembra che della voce non importi niente a nessuno. Se hai un neo di tre millimetri ti fanno fare nove visite dermatologiche, ma se parli come se avessi un uovo in bocca non fa niente.
Sono convinto che non ci sia mai abbastanza interesse nei confronti della voce, come se l’udito fosse un senso irrilevante. Ma quando due o più persone sono fisicamente insieme mica possono scriversi mail o mandarsi sms, si devono per forza parlare! E allora non è importante parlare bene? E’ un fatto sociale.
Questo blog teoricamente dovrebbe insegnare ad usare la voce. Siccome non posso scrivere post tutti uguali, perché le cose da sapere non sono infinite, quasi sempre divago parlando di fatti professionali, o recensendo apparecchiature che servono a registrare la propria voce.
Oggi suggerisco un film. Si tratta di un autentico capolavoro, scritto recitato girato montato e prodotto a regola d’arte.
Il discorso del Re.
Colin Firth è Giorgio VI, succede al trono a suo fratello che abdica poco dopo la morte del padre Giorgio V perché innamorato perdutamente di un’americana per altro già sposata.
Giorgio VI era del tutto incapace di fare un discorso in pubblico. Per via di profondi blocchi psicologici le cui radici affondavano nell’infanzia, non riusciva che ad emettere balbettanti monosillabi.
Si rivolge a un logopedista psicologo e un po’ filosofo che con metodi poco convenzionali lo cura fino a guarirlo quasi del tutto. Il film si conclude con il discorso radiofonico alla Nazione da parte del Re che annuncia l’entrata in guerra contro la Germania nazista di Hitler.
Se pensate che vi abbia già raccontato tutto, sappiate che non vi ho detto proprio niente. Il film è da vedere, commuove nel profondo, lascia un senso di sazietà e soprattutto fa venire voglia di imparare a parlare meglio. Ecco perché qui a Usalavoce non si può fare a meno di suggerirlo.
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