Abitare a un passo dall’aeroporto milanese di Linate può avere i suoi vantaggi.
Avere per vicini di casa due controllori di volo dell’Enav ancor di più.
Così questa mattina prima dell’alba ho avuto il piacere di fare una visita nella sala radar dell’Enav di base all’aeroporto di Linate.
E’ stata un’esperienza sconvolgente.
In punta di dita un’ottantina di controllori gestiscono lo spazio aereo di tutto il nord Italia, diviso per microsettori ognuno dei quali affidato ad un singolo controllore di volo.
Per ogni postazione ci sono tre monitor, il monitor principale che è obiettivamente immenso rappresenta l’intero spazio aereo gestito dal controllore. Accanto al monitor principale un monitor di backup e un monitor relativo alle condizioni meteo sul cielo dell’aeroporto.
Come extrema ratio c’è una specie di scrivente su nastro nel caso in cui entrambi i monitor collegati ai radar siano fuori uso. Non si adopera mai e mi è stato fatto capire che se dovesse capitare che i monitor non funzionino, la faccenda sarebbe veramente seria.
Ad ogni modo, siccome usalavoce è un blog sul quale si parla per l’appunto dell’uso della voce, una delle cose che più mi ha colpito di questa esperienza sconvolgente è il frasario dei controllori di volo con i piloti degli aeroplani e soprattutto il tono con cui si parlano.
Io sono abituato ad usare la voce per vendere, quasi sempre mi prefiggo però un obbiettivo un po’ più alto che è quello di emozionare chi mi ascolta. Regolo il timbro il tono le appoggiature e la dizione in maniera micrometrica, potrei ripetere una frase in un milione di modi diversi oppure pronunciarne un milione tutte identiche dalla prima all’ultima.
I controllori di volo invece devono solo farsi intendere dai piloti ed eventualmente dalla torre di controllo (sono ruoli diversi, semplificando al massimo la torre di controllo gestisce il traffico al suolo e nonappena gli arerei staccano le ruote dall’asfalto passano di mano al controllore di volo).
Dunque, la lingua ufficiale è naturalmente l’Inglese. Il solo italiano che ho sentito è limitato a “ciao” e “buongiorno”. L’Inglese rappresenta il 99,9% di tutta la conversazione. I passaggi fra una parte e l’altra non sono mai più lunghi di 10 secondi e le notizie che si scambiano solo esclusivamente funzionali alla navigazione.
Il frasario è limitato a un centinaio di parole che riguardano la posizione della prua, la velocità, l’altitudine e il numero del volo. Concorrono ai discorsi anche i posizionamenti dei radiofari che ho scoperto essere disseminati su tutto il territorio nazionale.
Immaginate un robottino che parla a raffiche di mitra. Pra tra pra pra tra tra…
silenzio (breve, mai più di un secondo)
e poi dall’altra parte: pra tra tra pra pra taratà, bye bye.
E qui finisce il dialogo.
Io avevo le cuffie in testa, mi sforzavo di capire ma ho quasi subito abbandonato l’idea perché capire è praticamente impossibile.
Un solo tono, uno solo, identico per ogni informazione e uniforme su tutta la durata del collegamento con l’aeroplano.
Insomma è un’esperienza questa che mi mancava davvero.
Questi uomini decidono della vita o della dipartita di centinaia di persone che ignare sui nostri cieli dormono o leggono o ascoltano musica e non immaginano che a terra c’è un singolo individuo, una sola persona con il suo carico di problemi, di tensioni, di ricordi e di disagi che decide tutto quanto.
Le decisioni sono totalmente a carico del controllore in turno, è lui che di fatto guida in remoto l’aereo, è lui che sceglie l’altitudine e le rotte, quando voliamo non siamo solo nelle mani del pilota, ma siamo soprattutto nelle mani del controllore di volo al quale è stato affidato il settore dentro il quale sta svolazzando il nostro aeroplano.
E quando qualcosa va storto (e capita spesso da quanto m’è parso di capire) il sistema dipinge subito di rosso sul monitor la sigla legata al nostro aereo. Il computer proietta altitudine, velocità e direzione di un aeroplano davanti a se per almeno una cinquantina di miglia nautiche. Se legge qualche possibile conflitto avvisa il controllore mettendo in rosso il puntino relativo al velivolo. In quel caso il controllore decide in una frazione di secondo il da farsi, se possibile si consulta al volo con il collega accanto e poi agisce dicendo via radio al pilota che fare.
I turni sono di otto ore ma ogni ora il controllore ha non solo il diritto ma soprattutto il dovere di fare una pausa.
Durante la pausa il mio vicino di casa mi accompagna fuori e mi spiega che fare per uscire con l’auto dall’area che dell’aeroporto è destinata agli addetti ai lavori e che i passeggeri naturalmente non vedono.
Mi ha chiesto che me n’è parso dell’esperienza e io ho risposto in tutta sincerità che è stata sconvolgente.
Ho domandato: Giovanni come la vivi questa immensa responsabilità?
Risposta: Per me l’aereoplano in volo è un puntino sul radar e una sigla. Non posso pensare che a bordo ci siano 300 persone che vivono per merito mio o muoiono per mia colpa. Se ci penso è la fine, se ci penso cambio mestiere.
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