Quando sedici anni fa mi hanno amputato la gamba destra per via di un volo in moto, Giovanni Ciminelli di Radio Delta International dove lavoravo mi chiamava al telefono diretto dell’ospedale e esordiva dicendo: “Allora, sei partito col piede giusto?”
Io mi sforzavo di ridere e lui, rinfrancato dal mio finto ottimismo, rincarava la dose dicendomi cose tipo “gambe in spalla” oppure “ingamba” o anche “se non torni presto in radio ti licenzio su due piedi”.
Alla fine questo umorismo da trivio mi dava coraggio. Lui però mi chiamava, certi parenti lo hanno fatto solo alcuni mesi dopo e facendo quasi scena muta. Al telefono non è il massimo della figura.
In questi sedici anni ho sofferto molto più che i primi mesi. Allora almeno non camminavo, se non con le stampelle. Passavo la gran parte del mio tempo a letto oppure in sedia a rotelle, fantasticando di magnifiche camminate quando avessi finalmente potuto indossare la protesi.
Mi hanno mentito. Il chirurgo a cui è toccato il compito di segarmi tibia e perone, amputati di lungo corso che venivano a trovarmi in ospedale reclutati dagli assistenti sociali, i miei genitori (inconsapevolmente). Tutti quanti.
Ah come camminerai bene con la protesi, ah che bello sarà tornare a passeggiare con la protesi.
Non era vero un cazzo. Con la protesi ho camminato poco, male e con molto dolore. Ma molto dolore, a tratti moltissimo. Per settimane, poi per mesi e infine per anni.
Fino a quando due mesi fa ho scoperto che esisteva una protesi particolare progettata e fabbricata negli Stati Uniti, che a detta del produttore avrebbe concesso ricche passeggiate anche a un amputato “difficile” come me.
Costava settemila euro, non li avrei mai spesi se non me li avesse regalati mio padre dietro consiglio di mia madre.
Da due mesi cammino come chiunque possegga e governi a regola d’arte due gambe.
Posso camminare dall’alba al tramonto, posso andare dove mi pare, non mi devo preoccupare del dolore che avrei viceversa provato ogni volta che da seduto mi fossi messo in piedi.
Mi trovo in Chianti con la mia famiglia, in questo lungo ponte di Ognissanti ho visitato negli ultimi tre giorni San Gimignano, Volterra, Certaldo, Castellina in Chianti, Greve in Chianti e tutta la Val di Chiana.
Non ho più dolore, cammino e basta. Nelle lunghe salite di acciottolato degli antichissimi e incantevoli borghi medievali che punteggiano queste colline benedette ho sorriso e spinto il passeggino, ho acquistato vino e olio felice di farmi fottere da questi bottegai assetati di sangue, ho raggiunto la mia auto senza quella stramaledetta sensazione di dolore estremo e sfinitezza fisica ed emotiva che in questi anni mi ha tenuto mio malgrado compagnia.
Non è detto che questo Paradiso duri all’infinito, basta un taglietto sulla pelle ridotta a un velo di quel che resta della gamba per sprofondare di nuovo nell’abisso.
Ad ogni modo, questo Cielo Sereno che ho dentro me lo tengo ben stretto, perché il sipario sulla mia giovinezza si è chiuso da un pezzo, non a tutti è concesso un secondo e terzo atto, e fino a prova contraria dopo la morte non c’è niente. Tanto vale vivere l’adesso, specie quando quest’adesso è bello come adesso.
Ah, ovviamente tutto questo col blog non c’entra nulla, ma volevo far sapere a quel coglione di anestesista ex amico che mi legge e protetto da quel debolissimo segreto telematico mi critica, che io sto benissimo mentre lui soffre perché si crede un toro mentre invece è un’autentica figura mitologica con il corpo di uomo e la testa di cazzo.
Amen.
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