autore: marcodedomenico | 3 settembre 2009

Com’è triste Venezia, il potere evocativo dei suoni

categorie: altro

Era l’autunno del 1991  quando per la prima e ultima volta ho messo piede sulla laguna veneta.

Ero in seconda seconda Liceo. Non è un’anafora. Era la seconda volta che facevo la seconda del Liceo Scientifico Ettore Majorana di Rho.

Il nome della scuola era stato subito artatamente sostituito dagli studenti in Ettore Marijuana di Rho. E mai nome sarebbe stato più adatto per quell’Istituto, dove non solo all’intervallo ma anche durante i cambi d’ora i bagni venivano invasi da studenti che si facevano delle gran canne. La marijuana e l’hashish stavano a quei bagni come le essenze profumate stanno alle moderne SPA. E l’effetto dev’essere simile.

Comunque, i nuovi compagni di classe non mi avevano mai pienamente accettato. Io ero il ripetente, quello che non studia e che se può disturba. Dei ventiquattro nuovi compagni di classe uno era gay e mi rattristava parecchio il fatto che non solo non lo ammettesse ma anche che lo negasse apertamente. Altri quattro mi stavano pesantemente sul culo e siccome non mi sforzavo molto di apparire amichevole nel giro di pochi giorni il sentimento fu ampiamente ricambiato. Una dozzina di questi mi erano del tutto indifferenti. Un tale che si chiamava Paolo  è diventato subito mio amico e per tutto l’anno ci siamo frequentati con piacere. In ultimo c’era una ragazza di nome Anna della quale ero perdutamente e segretamente innamorato.

Una fantozzata, sia chiaro. Ero praticamente disperato: troppo grasso, troppo vago in ogni mia manifestazione, troppo goffo nei gesti, troppo insicuro in ogni pensiero, troppo innamorato per offrirmi pienamente.

Come ogni altra volta che mi sono innamorato nell’età dell’adolescenza, con questa Anna non mi sono mai dichiarato. L’effetto era patetico, perchè ogni volta che la vedevo sentivo il cuore andare su di giri, il rossore affiorare e tutto il resto. Più mi sforzavo di apparire sereno e disinvolto, più risultavo un fesso. E ci riuscivo un gran bene.

Questa ragazza non poteva essere più diversa da me. Si vestiva sul modello di Lotta Continua, sembrava appena tornata da un rave al Leoncavallo. Io invece mi vestivo ancora con quel che mi comprava mia mamma alla bancarella  del mercato di Rho del lunedì.

Bene, arrivò anche novembre e con esso il giorno della gita a Venezia per visitare la mostra sui Celti.

Naturalmente a me dei Celti non poteva importare di meno, e anche di Venezia. Il tempo in cui l’avrei apprezzata sarebbe stato molto lontano a venire.

Andammo in treno. A Venezia c’era la nebbia, non si vedeva nulla. Ricordo solo che i viottoli erano chiamati “calli” e questa cosa mi incuriosiva parecchio. Ricordo anche che un piccione si servì della spalla della nostra professoressa di italiano per fare quel che deve. La cosa mi fece ridere parecchio, poi a giugno dell’anno dopo a ridere fu lei.  E agli esami di settembre si prese la rivincita segandomi di nuovo e con gran gusto.

Comunque a parte la nebbia, la camminata fra i calli e i piccioni, la mostra si rivelò per quel che era agli occhi di noi appena quindicenni, una cosa utile solo per saltare un giorno di scuola.

Quando mio padre seppe della mia gita a Venezia, il giorno prima sfoderò dal suo immenso repertorio musicale una musicassetta di Charles Aznavour in cui il cantante di origine armena si esibiva in Com’è triste Venezia.

Così il giorno dopo la portai con me ma non l’ascoltai. Era uscito da poche settimane il primo disco di Luciano Ligabue, così per tutto il viaggio di andata ascoltai Balliamo sul mondo, Bambolina e Barracuda, Non è tempo per noi e Piccola stella senza cielo.

Ligabue mi caricò al punto tale che mi feci una promessa. Durante il viaggio di ritorno avrei fatto di tutto per sedermi accanto ad Anna e dirle educatamente quel che pensavo di lei e di noi.

Sul treno del rientro persi di vista Anna, dovetti sedermi accanto a un mio compagno di classe che sembrava Java l’uomo di Neanderthal del fumetto di Martin Mystère. Dopo circa un’ora passata a discutere di come la mischia dovrebbe ruotare quando il tallonatore spinge la palla all’indietro nel gioco del rugby presi un gran respiro e mi misi in cerca di Anna.

Gli scompartimenti del nostro vagone erano quattro. Nei primi tre non c’era, ne rimaneva soltanto uno, l’ultimo in fondo. Chiuso.

Arrivato davanti alla porta la feci scorrere con un movimento lento e infinito. Anna era li, a cavalcioni su un mio compagno di classe col quale stava gustosamente limonando. Domandai scusa e andai in bagno a piangere.

Nelle rimanenti ultime due ore del viaggio e della mia vita distrutta di adolescente obeso e fallito ascoltai il nastro di Aznavour che cantava Com’è triste Venezia. Pensai che mai parole sarebbero state più perfette di quelle, e cantate con quel tono lamentoso e bohemien si modellavano con precisione chirurgica al mio stato d’animo.

Il treno poi ci ha riportato a Rho, dove nel piazzale della stazione avevo lasciato la mia Cagiva Elefant 3. C’era nebbia anche a Rho e per via di un fusibile non mi andavano ne le luci davanti ne quelle dietro. A un semaforo un’auto mi ha urtato facendomi cadere. Non mi sono fatto niente e nemmeno la moto, ma mi parve la chiusura perfetta a una giornata di merda.

E siamo ai giorni nostri, esattamente 18 anni dopo. Come commento alla notizia dell’apertura del Festival del Cinema di Venezia, questa mattina Linus e Nicola Savino di Radio Deejay hanno diffuso la versione in italiano di Com’è triste Venezia. Non la ascoltavo da allora. Ma sono stato subito raggiunto da un’ondata di malinconia, dolore e disagio. Subito dopo ho sorriso, con in testa due pensieri.

Il primo è che allo stato attuale la mia vita mi piace moltissimo.

Il secondo è che i suoni si confermano elemento dominante della mia esistenza. Il volo nel dolore e all’indietro nel tempo è stato immediato e violentissimo, ed è un’emozione che non ho neppure cercato. E’ capitata. L’aver intuito questa sensibilità all’universo uditivo mi ha permesso di diventare la persona e il professionista della voce che sono oggi.

Chissà cos’ha fatto Anna della sua vita!

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Commenti (2)

  1. |

    Bella, Marco. Complimenti per la scrittura evocativa, alla faccia della plurisegatura al Liceo.

  2. |

    Grazie Giuseppe, il tuo parere è autorevole e disinteressato. Doppiamente apprezzato!!!

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