Archivio di settembre 2009

autore: marcodedomenico | 25 settembre 2009

Forse cercavi…

categorie: altro

Chi ha inventato il “forse cercavi” di Google è semplicemente un genio.

Non sai come si scrive una parola difficile? Un foresterismo? Non ricordi esattamente il nome di quell’artista?

Tu digiti quasi quel che ti pare in Google, ed egli (perchè ragiona quasi come un essere vivente) ti dice: “forse cercavi…”

E c’azzecca, come direbbe Di Pietro.

Ed ora, sbizzarriamoci coi “forse cercavi” di Usa la voce.

Usa la toce

Usa la noce

Usa la pece

Usa le feci

Usa la vece

E via così!

aggiungi il post al tuo social bookmarks: Queste icone linkano i siti di social bookmarking sui quali i lettori possono condividere e trovare nuove pagine web.
  • del.icio.us
  • Technorati
  • Digg
  • Wists
  • Fark
  • Furl
  • NewsVine
  • Reddit
  • Spurl
  • Taggly
  • YahooMyWeb
  • Segnalo
autore: marcodedomenico | 24 settembre 2009

Basta provarci… La canzone del Pelotto del 1288

categorie: in pubblico, radio

L’altro giorno mi sono cimentato in un’opera ai confini delle mie possibilità. Era da tempo che nella testa mi girava l’idea di scrivere una canzoncina che parodiasse quella usata dalla società 1288 per reclamizzare i propri servizi.

Il brano usato da quelli del 1288 era “King of the road” di Roger Miller, magnifica canzone country scritta e interpretata da Miller nel 1965.

Per la campagna italiana si rivolsero a un grande studio di registrazione di Milano che si chiama Quiet, Please! I ragazzi di Quiet, Please! (che sono miei clienti e anche molto amici) hanno ingaggiato Bobby Solo per ricantare esattamente questa canzone con rime buffe che finissero in “otto”, in modo che ogni strofa si risolvesse con “Non c’è dodici senza ottantotto”.

La canzone a me piaceva già in originale, la versione pubblicitaria di Bobby Solo era un raro esempio di candore infantile, con rime molto “politically correct”.

Quando io sento queste cose così dolci, così gentili, così fruibili da tutti quanti… mi viene una specie di prurito intellettuale. E’ come se la parte più trasgressiva di me si impossessasse del tutto.

Così dopo qualche settimana di pensieri ondivaghi, ho cominciato a pensare a delle rime che stessero perfettamente in metrica con la canzone di Miller. Ne è venuto fuori un testo ai confini del demenziale, che tocca rare vette di volgarità da taverna portuale, ma che regala anche una discreta dose di buonumore.

Il testo l’ho inventato nel tempo che impiega una busta pronta della Knorr a trasformarsi in risotto.

E poi mi sono dedicato al canto e al mix….

La canzone è venuta davvero carina, l’ho girata a un po’ di amici fra cui Tony H che lavora a Radio Capital.

L’ha ascoltata, ha riso moltissimo, l’ha girata a DJ Angelo e forse la trasmette in Ciao Belli, il programma comico di Radio Deejay.

Insomma, in meno di tre giorni dal mio studio di incisione alle frequenze di Deejay. Non male, vero?

La allego a questo post, così chiunque se vuole può ascoltarla e scaricarla gratuitamente!

Non c’è coito senza interrotto

aggiungi il post al tuo social bookmarks: Queste icone linkano i siti di social bookmarking sui quali i lettori possono condividere e trovare nuove pagine web.
  • del.icio.us
  • Technorati
  • Digg
  • Wists
  • Fark
  • Furl
  • NewsVine
  • Reddit
  • Spurl
  • Taggly
  • YahooMyWeb
  • Segnalo
autore: marcodedomenico | 17 settembre 2009

Otto coppie… e un pedale.

categorie: tips & tricks

category_recordcables1Maniaci se pensate male!

L’otto coppie è un tipo di cavo che serve per trasportare audio da un punto all’altro di uno studio di registrazione, di uno studio televisivo o da un palco alla consolle di un concerto.

Come suggerisce appunto il nome, l’otto coppie dà l’opportunità di muovere audio su otto canali separati. Fino a ieri uno dei punti deboli del mio studio era proprio la limitata possibilità di trasportare un segnale audio da una parte all’altra della sala di ripresa che si compone di tre ambienti.

Poi è arrivato Fabio Marchesi, un bravo ingegnere del suono che ha progettato e realizzato per me un cablaggio cavi tutto nuovo. Non era semplice, perché non si è partiti da zero ma da una situazione piuttosto malfatta e preesistente.

In definitiva Fabio ha aggiunto cavi, ne ha sostituiti alcuni e tolti altri. Ora il tutto è più coerente, abbiamo regalato al mio studio la possibilità di registrare e riascoltare audio multitraccia praticamente in ogni punto.

Può sembrare un fatto da poco, invece ha reso davvero migliore il mio studio.

Inoltre, ora ho anche “il pedale”.

Provate a immaginare uno speaker che incide ad esempio un lungo documentario. Nessuno ha mai fatto caso che i respiri non ci sono? Lo speaker sembra parlare per interi minuti senza prendere mai fiato. Chiaramente è umanamente impossibile, e il risultato è l’effetto di un editing digitale che viene fatto a posteriori. In quest’opera detta di “postproduzione” il tecnico del suono frammenta la traccia audio in un’infinità di monconi, dopodichè screma quel che non serve (gli errori, i click di saliva e i fiati appunto) e lascia tutto il resto.

Senza perdermi troppo nei dettagli di quest’attività che pure è creativa, posso dire che fino a ieri buona parte del mio tempo veniva spesa in questa fase che alla lunga risulta noiosa e ripetitiva.

Cos’è cambiato? Ora c’è il pedale.

Il pedalino è un oggetto grande come un pacchetto di sigarette che io tengo per terra, sotto la scrivania della sala microfonica. Nei momenti in cui prendo fiato, premo il pedale e il registratore digitale semplicemente smette di registrare. Almeno fino al momento in cui non mollo il pedale. Dunque, con un certo sincronismo, nei punti in cui so che prenderò il fiato (i momenti opportuni sono scelti dallo speaker con un anticipo di almeno due o tre secondi) premo il pedale.

Il risultato è un audio già definitivo, che non richiede alcuna postproduzione, e quindi pronto per essere inviato alle radio, alle tv o alle grandi case di produzione mie clienti.

Ottengo con questo artificio un risparmio immenso in termini di tempo, che mi dà l’opportunità di dedicarmi ad altro, magari in modo più produttivo.

Messa così sembra la fabbrica degli audio, nella realtà le cose sono un po’ diverse, sono però contento di aver messo a punto anche questa idea che da un po’ mi galleggiava in testa.

Otto coppie e un pedale, sembra il nome di una fiction!

aggiungi il post al tuo social bookmarks: Queste icone linkano i siti di social bookmarking sui quali i lettori possono condividere e trovare nuove pagine web.
  • del.icio.us
  • Technorati
  • Digg
  • Wists
  • Fark
  • Furl
  • NewsVine
  • Reddit
  • Spurl
  • Taggly
  • YahooMyWeb
  • Segnalo
autore: marcodedomenico | 8 settembre 2009

Mike Bongiorno

categorie: altro

Se n’è andato oggi uno dei più grandi protagonisti della TV italiana della prima ora.

Tutti quelli della mia generazione sono cresciuti a pane e Mike, e mi ha sempre divertito il pensiero che mentre mia madre nasceva, Mike conduceva il suo primo programma alla televisione.

Quattro generazioni sono state spettatrici di Mike dunque: I nonni, i genitori, noi e i nostri figli. Se non mi fossi attardato in inutili chiacchiere, forse a quest’ora avrei potuto raccontare a mio figlio del grande contributo apportato da Bongiorno alla nostra televisione.

Con l’età della ragione ho smesso di apprezzarlo, sarebbe disonesto non ammetterlo. Non voglio spocchieggiare a tutti i costi, ma sotto il profilo dei contenuti non è che Mike Bongiorno abbia mai particolarmente brillato. Inoltre nel periodo in cui lavoravo a Italia Uno ero diventato amico di un ragazzo che faceva il cameraman della Ruota della Fortuna e su Mike sparava a zero. Mi aveva quasi convinto della sua antipatia nella vita reale.

Ma la vita reale di Mike io ho potuto solo immaginarla, ho avuto però la fortuna di respirare l’aria dello studio televisivo della sua Ruota, quel format che proprio Mike ebbe l’intuito di importare dagli Stati Uniti.

E poi le imitazioni di Ezio Greggio, di Fiorello e di tutti gli altri.

Ecco, Mike era uno che si prestava molto alle imitazioni, tutti noi ci abbiamo provato. Questa è stata senz’altro una bella cassa di risonanza alla sua celebrità, che si aggiunge all’aria esotica che circonda chi porta un cognome italiano e un nome straniero e viceversa.

Da speaker e doppiatore pubblicitario potrei scrivere qualcosa sulla voce di Bongiorno, perché in questi anni un’opinione sul suo timbro e il modo di usarla me la sono fatta.

Ma ha senso?

Nel dubbio, lascio perdere volentieri.

Ciao Mike, salutami Corrado, Montanelli e mio nonno Leonardo.

aggiungi il post al tuo social bookmarks: Queste icone linkano i siti di social bookmarking sui quali i lettori possono condividere e trovare nuove pagine web.
  • del.icio.us
  • Technorati
  • Digg
  • Wists
  • Fark
  • Furl
  • NewsVine
  • Reddit
  • Spurl
  • Taggly
  • YahooMyWeb
  • Segnalo
autore: marcodedomenico | 3 settembre 2009

Com’è triste Venezia, il potere evocativo dei suoni

categorie: altro

Era l’autunno del 1991  quando per la prima e ultima volta ho messo piede sulla laguna veneta.

Ero in seconda seconda Liceo. Non è un’anafora. Era la seconda volta che facevo la seconda del Liceo Scientifico Ettore Majorana di Rho.

Il nome della scuola era stato subito artatamente sostituito dagli studenti in Ettore Marijuana di Rho. E mai nome sarebbe stato più adatto per quell’Istituto, dove non solo all’intervallo ma anche durante i cambi d’ora i bagni venivano invasi da studenti che si facevano delle gran canne. La marijuana e l’hashish stavano a quei bagni come le essenze profumate stanno alle moderne SPA. E l’effetto dev’essere simile.

Comunque, i nuovi compagni di classe non mi avevano mai pienamente accettato. Io ero il ripetente, quello che non studia e che se può disturba. Dei ventiquattro nuovi compagni di classe uno era gay e mi rattristava parecchio il fatto che non solo non lo ammettesse ma anche che lo negasse apertamente. Altri quattro mi stavano pesantemente sul culo e siccome non mi sforzavo molto di apparire amichevole nel giro di pochi giorni il sentimento fu ampiamente ricambiato. Una dozzina di questi mi erano del tutto indifferenti. Un tale che si chiamava Paolo  è diventato subito mio amico e per tutto l’anno ci siamo frequentati con piacere. In ultimo c’era una ragazza di nome Anna della quale ero perdutamente e segretamente innamorato.

Una fantozzata, sia chiaro. Ero praticamente disperato: troppo grasso, troppo vago in ogni mia manifestazione, troppo goffo nei gesti, troppo insicuro in ogni pensiero, troppo innamorato per offrirmi pienamente.

Come ogni altra volta che mi sono innamorato nell’età dell’adolescenza, con questa Anna non mi sono mai dichiarato. L’effetto era patetico, perchè ogni volta che la vedevo sentivo il cuore andare su di giri, il rossore affiorare e tutto il resto. Più mi sforzavo di apparire sereno e disinvolto, più risultavo un fesso. E ci riuscivo un gran bene.

Questa ragazza non poteva essere più diversa da me. Si vestiva sul modello di Lotta Continua, sembrava appena tornata da un rave al Leoncavallo. Io invece mi vestivo ancora con quel che mi comprava mia mamma alla bancarella  del mercato di Rho del lunedì.

Bene, arrivò anche novembre e con esso il giorno della gita a Venezia per visitare la mostra sui Celti.

Naturalmente a me dei Celti non poteva importare di meno, e anche di Venezia. Il tempo in cui l’avrei apprezzata sarebbe stato molto lontano a venire.

Andammo in treno. A Venezia c’era la nebbia, non si vedeva nulla. Ricordo solo che i viottoli erano chiamati “calli” e questa cosa mi incuriosiva parecchio. Ricordo anche che un piccione si servì della spalla della nostra professoressa di italiano per fare quel che deve. La cosa mi fece ridere parecchio, poi a giugno dell’anno dopo a ridere fu lei.  E agli esami di settembre si prese la rivincita segandomi di nuovo e con gran gusto.

Comunque a parte la nebbia, la camminata fra i calli e i piccioni, la mostra si rivelò per quel che era agli occhi di noi appena quindicenni, una cosa utile solo per saltare un giorno di scuola.

Quando mio padre seppe della mia gita a Venezia, il giorno prima sfoderò dal suo immenso repertorio musicale una musicassetta di Charles Aznavour in cui il cantante di origine armena si esibiva in Com’è triste Venezia.

Così il giorno dopo la portai con me ma non l’ascoltai. Era uscito da poche settimane il primo disco di Luciano Ligabue, così per tutto il viaggio di andata ascoltai Balliamo sul mondo, Bambolina e Barracuda, Non è tempo per noi e Piccola stella senza cielo.

Ligabue mi caricò al punto tale che mi feci una promessa. Durante il viaggio di ritorno avrei fatto di tutto per sedermi accanto ad Anna e dirle educatamente quel che pensavo di lei e di noi.

Sul treno del rientro persi di vista Anna, dovetti sedermi accanto a un mio compagno di classe che sembrava Java l’uomo di Neanderthal del fumetto di Martin Mystère. Dopo circa un’ora passata a discutere di come la mischia dovrebbe ruotare quando il tallonatore spinge la palla all’indietro nel gioco del rugby presi un gran respiro e mi misi in cerca di Anna.

Gli scompartimenti del nostro vagone erano quattro. Nei primi tre non c’era, ne rimaneva soltanto uno, l’ultimo in fondo. Chiuso.

Arrivato davanti alla porta la feci scorrere con un movimento lento e infinito. Anna era li, a cavalcioni su un mio compagno di classe col quale stava gustosamente limonando. Domandai scusa e andai in bagno a piangere.

Nelle rimanenti ultime due ore del viaggio e della mia vita distrutta di adolescente obeso e fallito ascoltai il nastro di Aznavour che cantava Com’è triste Venezia. Pensai che mai parole sarebbero state più perfette di quelle, e cantate con quel tono lamentoso e bohemien si modellavano con precisione chirurgica al mio stato d’animo.

Il treno poi ci ha riportato a Rho, dove nel piazzale della stazione avevo lasciato la mia Cagiva Elefant 3. C’era nebbia anche a Rho e per via di un fusibile non mi andavano ne le luci davanti ne quelle dietro. A un semaforo un’auto mi ha urtato facendomi cadere. Non mi sono fatto niente e nemmeno la moto, ma mi parve la chiusura perfetta a una giornata di merda.

E siamo ai giorni nostri, esattamente 18 anni dopo. Come commento alla notizia dell’apertura del Festival del Cinema di Venezia, questa mattina Linus e Nicola Savino di Radio Deejay hanno diffuso la versione in italiano di Com’è triste Venezia. Non la ascoltavo da allora. Ma sono stato subito raggiunto da un’ondata di malinconia, dolore e disagio. Subito dopo ho sorriso, con in testa due pensieri.

Il primo è che allo stato attuale la mia vita mi piace moltissimo.

Il secondo è che i suoni si confermano elemento dominante della mia esistenza. Il volo nel dolore e all’indietro nel tempo è stato immediato e violentissimo, ed è un’emozione che non ho neppure cercato. E’ capitata. L’aver intuito questa sensibilità all’universo uditivo mi ha permesso di diventare la persona e il professionista della voce che sono oggi.

Chissà cos’ha fatto Anna della sua vita!

aggiungi il post al tuo social bookmarks: Queste icone linkano i siti di social bookmarking sui quali i lettori possono condividere e trovare nuove pagine web.
  • del.icio.us
  • Technorati
  • Digg
  • Wists
  • Fark
  • Furl
  • NewsVine
  • Reddit
  • Spurl
  • Taggly
  • YahooMyWeb
  • Segnalo