C’è Michael jackson in sottofondo oggi in studio. Nella data dei funerali I Love Radio, la Radio che ama le radio oggi sul web trasmette una maratona di 24 ore interamente dedicata al Re del pop.
Fra un disco e l’altro c’è la mia voce che dà notizie curiose sull’artista, ne tratteggia la carriera, ne scandisce le tappe più importanti.
La ascolto un po’ per capirne di più su quest’artista che ho sempre poco considerato e un po’ per alimentare il mio naturale narcisismo.
Questa cosa l’ho fatta gratis. Il gestore di questa radio è un mio amico, una persona che negli ultimi anni mi ha dato molto e non ha avuto paura di chiedere. Esercisce questa radio con risorse proprie, non ci guadagna nulla anzi ci perde. Lo muove la passione. Mi ha chiesto se mi andava a cadenze più o meno regolari di registrare per lui delle “pillole di storia della radio”. Negli ultimi tre mesi ne abbiamo prodotte 50. Alla fine dell’anno saranno più di duecento. Niente soldi, solo passione.
E’ un fatto, una cosa che nel mio lavoro ci sta. E che fa addirittura piacere.
Ma… Se un “cliente” tratta molto sul prezzo, poi pretende che il lavoro prodotto venga reinciso perché certe pronunce sono sbagliate (di norma sono foresterismi non indicati nel dizionario d’Ortopronunzia) e poi non paga se non sollecitato più volte, allora mi girano per bene i coglioni!
Immaginate che ci sia un tale che mi chiama una sola volta all’anno, per dare voce a un documentario etnografico della sua regione d’origine. Questo video è girato con mezzi di medio-bassa qualità, è montato con scarsa perizia, non viene riconosciuto da nessun Ente perchè non è di alcun interesse per la comunità, praticamente viene diffuso solo in qualche scalcinata sala parrocchiale.
Bene, queste sono le premesse.
Poi il “cliente” mi manda un testo che sembra scritto da Topo Gigio ed è infarcito di inesattezze grammaticali. Non mancano naturalmente una dozzina di parole che non appartengono alla lingua italiana perché sono in dialetto. Naturalmente il “cliente” disattende le mie aspettative mancando di indicare le esatte pronunce di queste parole. Io, nel casino generale, faccio il possibile e dove trovo parole ambigue le pronuncio in tutti i modi che mi vengono in mente.
E lui… spacca il cazzo di continuo tempestandomi di telefonate vaghe, dove di norma capisco poco o niente (o magari non voglio capire) fino a che alla fine per farlo contento e levarmelo dalle scatole riregistro tutto quanto tre volte.
Il tutto, per cento ricchissimi euro da fatturare, quindi all’atto pratico me ne rimangono cinquanta.
Poi il “cliente” mi fa notare che i contributo previdenziale del 4 per cento non dovrebbe essere a suo carico (nonostante la tradizione oramai consolidata lo preveda).
Ora, non verrebbe naturale anche a voi mandarlo definitivamente a quel paese, rinunciare ai soldi, mandargli una bella nota di credito con scritto in calce “sparati”?
Probabilmente, il “cliente” risponderebbe che “sparati” andrebbe scorporato dall’Iva!!!
Abbracci da una Dresano spazzata dai venti e squarciata da lampi e tuoni da tregènda.






















Brutta cosa..
però in realtà si dovrebbe dire di “No” piuttosto che far credere che una prestazione professionale possa valere così poco, altrimenti ci perdono tutti.
Hai ragione fabio. Che ti posso dire? Mi sono lasciato convincere e ho sbalgiato. Punto.
E’ un po’ diversa la storia ma mi vien da pensare a mia cognata di mestiere avvocato. Appena gli “amici” (soliti conoscenti vari che una vita sociale e lavorativa media comporta) vengono a sapere che lavoro fa, scatta prima o dopo, il consiglio o “parerino”.
Le prime volte ci “cascava”. Poi qndo ha capito che ’sta gente nn si accontentava di una consulenza sulle generali, insomma un “indirizzamento” ma era in parte preparata e mediante più telefonate…rompeva er ca (per dirla alla Proietti eheh)e voleva si approfondisse, il che a qque professionista comporta tempo e il tempo è denaro…lei taglia corto ed esibisce il costo stabilito dall’albo per il parere:250euro iva esclusa. Pensi che lo chiedano a lei a quel punto? scompaiono. Piuttosto fanno regolare richiesta ad altro avvocato.
Caro Marco ora hai preso le misure a tale tipo di “clientela”.
Ti rinnovo vivissimi complimeti per il tuo interessante blog – Diego
Caro Marco, posso secondo te non dire la mia su un così appetitoso argomento? Condividendo con te quasi lo stesso mestiere (tu molto più in grande, chapeau), mi sono anch’io imbattuto in clienti con forti deficit cognitivi e forte surplus di invadenza. Ne cito uno. Il signor B. ha 40 anni ed ha un’agenzia di produzioni video: molto professionali le sue attrezzature, le riprese sono davvero eccellenti. E’ in grado anche di fare casting di modelli e modelle, grande organizzazione, non c’è che dire. In più è uno straordinario procacciatore di contratti. Insomma, una sola persona che catalizza su di sé la figura di amministrativo, account, responsabile casting, camera-man, regista, ecc. Ma tra tutte queste virtù, purtroppo ne manca una, forse la più importante: avere le idee chiare. Recentemente mi ha commissionato un concept per una sala ricevimenti. Ho raccontato – credo in modo nuovo rispetto allo stereotipo dello “scenario suggestivo ed elegante in un oasi di verde e relax” – ho raccontato attraverso uno storyboard una piccola storia che trasferiva un messaggio semplice ma diverso. L’obiettivo era superare il brusio comunicativo della solita poltiglia in onda sulle tv locali. “Va benissimo, stupendo, spettacolo”. Era fatta, aveva approvato. Qualche giorno dopo mi richiama e mi dice che non va per niente bene. Gli chiedo “cosa” non va bene. Non lo sa spiegare, fa giri di parole, tentenna, dice di buttare giù un’altra idea. Gli faccio presente che non si può sparare nel mucchio, la creatività ha bisogno di un trampolino per prendere il volo, senza trampolino è solo un piccolo salto. Niente, non mi sa dire cosa mettere in evidenza nello spot, qual è il cuore strategico della campagna. Mi butto. Ma dopo la seconda proposta ecco lui: “Mmm, non so. Al cliente non piacerà”. “Fallo decidere al cliente se non piace”. “No, aspetta: mi è venuta un’idea. Me la vedo io, tranquillo”. Qualche giorno dopo m’arriva il sonoro da incidere, testo completamente rivisitato: la mano è quella di un’analfabeta della comunicazione (”Cerchi eleganza? Cerchi lo splendore di uno scenario da ricordare per lo sposo e la sposa? Scegli noi”). Fa niente, si registra lo stesso. Poi mi chiama, mi dice: “Senti, questo spot lo congeliamo. Direi di iniziare invece a pensare a quel concessionario che ti dissi l’altra volta. Butta giù qualcosa: mi serve subito, anzi mi serviva più ieri che oggi, muoviti!”. Al che dico basta. Gli mando un’e-mail in cui gli dico che deve rivolgersi altrove. Da me ci sono degli step da seguire, ci sono delle procedure, non posso stare dietro alla sua schizofrenia lavorativa. Sparisce. Dopo 2 mesi si fa vivo: “Ehi, ti mando un documentario da registrare. Chi c’è? Dai, vedi un po’ se lo vuoi fare”. Sinceramente non ho mai visto un cliente commissionare un ordine dicendo “vedi un po’ se lo vuoi fare”. Vabbe’, gli rispondo: “Il costo è di xx euro. Queste le coordinate per il bonifico. Per far partire l’ordine attendo il pagamento. Grazie per avermi scelto di nuovo, felice di rileggerti”. Risultato? Sparito. Chiudo (mi scuso per la prolissità) con un domanda per Marco: secondo te perdere questo cliente si può definire davvero una perdita?
Ciao Francesco, ti rispondo subito: Non è una perdita, è un guadagno!
La tua storia (sempre scritta in modo spassoso) mi ha ricordato di un tale che tempo fa mi martoriava con frasi analoghe. Ho vissuto la sua autoeliminazione con lo stesso sollievo di un apneista che esce dall’acqua dopo il record del mondo.
Non bastavano i clienti depressi, quelli poveri dentro e fuori e quelli cattivi pagatori. No, pare che la nostra categoria abbia anche bisogno degli esagitati, dei confusi e dei cerebrolesi.
Tanto per non farci mancare proprio nulla…
A presto Frenzis, buon lavoro.