Archivio di luglio 2009

autore: marcodedomenico | 29 luglio 2009

Quante ne vuoi?

categorie: altro

Le grane… benedette grane, quando arrivano sembra che il mondo ti caschi in faccia.

Quando le affronti sembrano “normali cose da fare”.

Quando le guardi nello specchietto retrovisore della vita ti sembrano cose piccole e insignificanti. Ti autocompatisci per i mal di testa che ti sei fatto venire.

L’altro ieri ho scoperto che il muro sul quale è ancorato il condizionatore del salotto aveva più le sembianze di un acquario ammuffito. Circa quattro ore dopo, mi sono accorto che una delle tre elettrovalvole che governano l’irrigazione del giardino si era bloccata, col risultato che un pezzo di giardino era diventato uno stagno. Faceva già cra cra.

Sempre l’altro ieri ho ricevuto la bellissima notizia che per la produzione di uno spot molto importante, per il quale avevo già prodotto la mia voce, l’Agenzia ha optato poi per un collega romano. Ho perso 5000 euro. Una discreta sommetta!

In ultimo, sempre l’altro ieri, la commercialaia mi avvisava che c’erano da pagare 4000 euro di iva. Con la scoperta che l’acquisto dell’auto nuova non concorre al credito di iva.

Tutte queste belle notizie, tutte assieme, mi hanno leggermente pettinato il tono dell’umore. E’ naturalmente un eufemismo narrativo, avreste dovuto guardarmi in faccia, lunedì.

Il pacchetto di buone notizie inoltre, arrivava proprio nel giorno del mio primo anniversario di matrimonio. Mia moglie mi guardava torva, io avevo del fumo che mi usciva dalle orecchie.

Poi il tutto sembra essersi raddrizzato. Oggi incido la campagna televisiva estiva per Pigna, domani registro lo spot (non so se radio o tv) di Club Med.

Insomma, forse la ruota riprende a girare per il verso giusto.

Incrociamo gli alluci!

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autore: marcodedomenico | 23 luglio 2009

Zena

categorie: altro

Sono a Genova, di fronte alla Capitaneria di Porto. Accompagno un amico a fare l’esame per la patente nautica, lui adesso è dentro a farsi interrogare.

Io invece sono sulle panchine del porto antico. E’ una bellezza! Sono le nove del mattino, il sole è già caldo, la città si muove davanti a me, le navi salpano e approdano con precisione millimetrica come a seguire un progetto divino.

Nel bar del porto si parla genovese, per me è occasione di ascolto. Chi mi legge sa quando sia affascinato dai suoni umani, è bellissimo sentir pronunciare le parole della nostra lingua in un modo usato solo qui.

Il genovese si ascolta solo a Zena, belin! Al limite il napoletano lo puoi ascoltare anche a Milano, a Londra e a New York. Ma il genovese… è solo da questo lato del Turchino.

Questa sera terrò la mia teleconferenza conclusiva sul corso “Migliora la Voce” che da circa due anni sto portando avanti con un discreto successo. Quest’attesa forzata mi permette di raccogliere le idee su quel che dirò questa sera. Niente di meglio di una panchina e di un portatile connesso a internet per fare ricerca e concentrarsi sugli argomenti da trattare.

Domani mattina inciderò uno spot declinato in quattro soggetti, per ognuno di essi io dovrò cimentarmi nell’imitazione di quattro dei dialetti italiani più celebri. Fra questi c’è appunto il ligure, ed ecco anche perchè ho accettato di venire qui.

Genova, ogni volta che mi tocca di venire, mi prendi allo stomaco, mi fai morire…

Parafrasando una delle più belle canzoni di Lucio Dalla, si può intuire l’atmosfera speciale che si respira qui.

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autore: marcodedomenico | 17 luglio 2009

Psicoacustica…

categorie: tips & tricks

Sono passate da poco le tre del pomeriggio di questo che è considerato dai meteorologi il giorno più caldo dell’anno. Nel mio studio di registrazione ci sono esattamente 24 gradi, un metro al di la della finestra che dà sul giardino i gradi sono invece 34.

Un gradiente termico di 10 gradi mi permette di starmene qui seduto a fare quasi niente, se non ascoltare musica naturalmente.

Oggi la colonna sonora è tutta Eagles, mentre edito questo post c’è Those Shoes. Schedulate nei prossimi minuti invece Desperado, Hotel California (la attendo con ansia) e The Last Resort.

Sono tutte canzoni che Itunes ha tradotto nel suo formato proprietario  AAC, il figlio naturale di casa Apple  dell’mp3.

Con questo post rispondo a quanti mi chiedono (accade spesso) com’è possibile ridurre un brano che nella sua forma originale pesa (una volta digitalizzato) 50 mega a meno di 3 mega.

Quel che le nostre orecchie percepiscono come un suono fluido, nell’ambito dell’audio digitale non sono altro che numeri, infinite sequenze di 0 e di 1. Il suono digitale è rappresentato sempre da una forma d’onda che se vista al microscopio si presenta più come una “scaletta” piuttosto che una linea curva. Più i gradini sono piccoli, (al posto del travertino ci sono gli 0 e gli 1) migliore sarà il suono.

Ma questi gradini sono tutti necessari? Evidentemente no, e vi spiego perchè.

L’orecchio umano è molto più limitato di quanto si immagini. Per esempio non codifica le informazioni sonore in maniera omogenea al variare del volume d’ascolto.

Così come gli occhi perdono la percezione del colore quando c’è poca luce (la sera tendiamo a vedere più in bianco e nero che a colori) le orecchie non sono in grado di rilevare tutte le frequenze che compongono il suono al variare del volume. Inoltre (e qui sta il segreto dell’mp3) le orecchie non riescono a percepire  ”variazioni” di suoni molto vicini per frequenza e volume.

Messa così la spiegazione è fin troppo semplificata, ma credo sia utile per capire cosa combina l’algoritmo che comprime l’audio in mp3 e perchè pesa così poco.

L’algoritmo mp3 (mpeg 1 layer 3) non fa altro che eliminare quel che l’orecchio non è in grado di ascoltare, lasciando intatto tutto il resto.

Ed ecco perchè un mp3 può pesare anche un decimo del suo omologo PCM non compresso.

E’ un fatto di psicoacustica, l’mp3 inganna le orecchie e le orecchie ingannano il nostro cervello. Una specie di gioco a fregarsi.

Vedete qualche analogia con la vita reale?

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autore: marcodedomenico | 15 luglio 2009

Il quadrato

categorie: altro

E’ una figura geometrica piana di rapida intuizione, quattro angoli e quattro lati uguali. Risalendo la scala dei significati successivi, si giunge al quadrato di Punnet che serve per determinare la probabilità con cui si manifestano i diversi fenotipi derivati dall’incrocio di diversi genotipi. E poi c’è il quadrato militare, la zona sottocoperta di una nave dove gli ufficiali prendono le decisioni importanti.

Ieri pomeriggio per una gradevole combinazione astrale, mi sono ritrovato in un grande studio di registrazione di Milano presso il quale avrei inciso la voce della nuova campagna radiofonica di Vodafone, insieme a dieci dei miei colleghi più famosi.

Eravamo tutti lì, più o meno gentili fra di noi e tutti molto educati. Io ero il penultimo in termini di età, che poi via via saliva fino al grande Giorgio Melazzi, grande voce del doppiaggio pubblicitario milanese.

Poi c’erano Luca Catanzaro, Roger Mantovani, Renato Novara e molti altri.

Per chi come me fa lo speaker eremita nel suo studio è raro che si verifichino occasioni di questo genere, e quando capitano fa piacere. Mi pare che diano un po’ più di senso a questo lavoro così astratto, fatto più di suoni che di persone.

Lavorare in solitaria è bellissimo, crea assuefazione, non credo che potrei mai lavorare in ufficio con degli altri uomini e soprattutto con i loro limiti, i loro problemi e i loro caratteri.

Però, a dosi omeopatiche, il mondo andrebbe comunque assunto con una certa regolarità.

Io ieri ho provato piacere, sono stato felice di dividere un pezzo di quel che so fare con i colleghi, sono stato trattato bene e ho avuto conferma che nel nostro ambito sono stimato.

Diciamo che mi basta. Per ora.

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autore: marcodedomenico | 7 luglio 2009

Il confine sottile che passa fra le parole “cliente” e “rompiscatole”

categorie: altro

C’è Michael jackson in sottofondo oggi in studio. Nella data dei funerali I Love Radio, la Radio che ama le radio oggi sul web trasmette una maratona di 24 ore interamente dedicata al Re del pop.

Fra un disco e l’altro c’è la mia voce che dà notizie curiose sull’artista, ne tratteggia la carriera, ne scandisce le tappe più importanti.

La ascolto un po’ per capirne di più su quest’artista che ho sempre poco considerato e un po’ per alimentare il mio naturale narcisismo.

Questa cosa l’ho fatta gratis. Il gestore di questa radio è un mio amico, una persona che negli ultimi anni mi ha dato molto e non ha avuto paura di chiedere. Esercisce questa radio con risorse proprie, non ci guadagna nulla anzi ci perde. Lo muove la passione. Mi ha chiesto se mi andava a cadenze più o meno regolari di registrare per lui delle “pillole di storia della radio”. Negli ultimi tre mesi ne abbiamo prodotte 50. Alla fine dell’anno saranno più di duecento. Niente soldi, solo passione.

E’ un fatto, una cosa che nel mio lavoro ci sta. E che fa addirittura piacere.

Ma… Se un “cliente” tratta molto sul prezzo, poi pretende che il lavoro prodotto venga reinciso perché certe pronunce sono sbagliate (di norma sono foresterismi non indicati nel dizionario d’Ortopronunzia) e poi non paga se non sollecitato più volte, allora mi girano per bene i coglioni!

Immaginate che ci sia un tale che mi chiama una sola volta all’anno, per dare voce a un documentario etnografico della sua regione d’origine. Questo video è girato con mezzi di medio-bassa qualità, è montato con scarsa perizia, non viene riconosciuto da nessun Ente perchè non è di alcun interesse per la comunità, praticamente viene diffuso solo in qualche scalcinata sala parrocchiale.

Bene, queste sono le premesse.

Poi il “cliente” mi manda un testo che sembra scritto da Topo Gigio ed è infarcito di inesattezze grammaticali. Non mancano naturalmente una dozzina di parole che non appartengono alla lingua italiana perché sono in dialetto. Naturalmente il “cliente” disattende le mie aspettative mancando di indicare le esatte pronunce di queste parole. Io, nel casino generale, faccio il possibile e dove trovo parole ambigue le pronuncio in tutti i modi che mi vengono in mente.

E lui… spacca il cazzo di continuo tempestandomi di telefonate vaghe, dove di norma capisco poco o niente (o magari non voglio capire) fino a che alla fine per farlo contento e levarmelo dalle scatole riregistro tutto quanto tre volte.

Il tutto, per cento ricchissimi euro da fatturare, quindi all’atto pratico me ne rimangono cinquanta.

Poi il “cliente” mi fa notare che i contributo previdenziale del 4 per cento non dovrebbe essere a suo carico (nonostante la tradizione oramai consolidata lo preveda).

Ora, non verrebbe naturale anche a voi mandarlo definitivamente a quel paese, rinunciare ai soldi, mandargli una bella nota di credito con scritto in calce “sparati”?

Probabilmente, il “cliente” risponderebbe che “sparati” andrebbe scorporato dall’Iva!!!

Abbracci da una Dresano spazzata dai venti e squarciata da lampi e tuoni da tregènda.

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autore: marcodedomenico | 3 luglio 2009

Le due parole più dolci….

categorie: altro

no, non sono “Ti amo”.
Ma… “è benigno”.

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