Sono mesi difficili questi per l’economia mondiale. Non c’è edizione dei TG che non dedichi la sua copertina a quanto abbia “lasciato sul terreno” la Borsa di Tokio, quella di Singapore e infine quella di New York. Il Dax, il Cac, il Mibtel, il Nasdaq, le commodities e i Blue Chips. Praticamente dei puffi vestiti da poliziotti a Los Angeles.
Mi sveglio al mattino coi risultati catastrofici delle borse asiatiche, letti con voce perfettamente neutra da un tale che si chiama Sapio al TG5 e mi addormento la sera con il suono della campanella e relativo applauso (finto come quelli in aeroplano quando atterra) che festeggia la chiusura della borsa americana. Sempre “segno meno“, sempre le stesse frasi fatte e orrende. “Venerdì nero per le borse di tutto il mondo, andati in fuma novemila miliardi di dollari, lasciati sul campo centocinquanta miliardi di dollari).
Il gergo giornalistico, sempre uguale, per quanto mi riguarda peggiora solo le cose. Provo lo stesso disagio di quando sento chiamare “nosocomi” gli ospedali e “sanitari” i medici. Praticamente i dottori vengono paragonati a water e bidet; ne saranno contentissimi!
A parte le modalità espressive dei giornalisti, che fanno “accapponare i capelli“, provo immenso fastidio quando ascolto notizie così catastrofiche sull’economia globale. Oggi la parola d’ordine è “globale“. Se a un parlamentare vietnamita scappa una scorreggia, la puzza attraversa il pacifico e invade la California. Schwarzenegger risponde con un rutto che riecheggia per tutto l’Atlantico e si sente anche lungo le coste della Normandia. Il mondo è diventato di colpo piccolo così, ruota timido sotto le ali degli aeroplani che a Mach 2 lo possono sorvolare tutto quanto in poche ore. Una volta per fare da Milano a Parma occorrevano 3 giorni di cavallo, oggi in 20 ore sei a Brisbane,
L’economia sembra diventata centrale, rispetto ad ogni cosa. Una volta si diceva “finchè c’è la salute….”
Oggi evidentemente non vale più. Oggi potremmo dire “finchè il Nasdaq continua a tirare….” fottendocene allegramente se un tumore ci mangia il pancreas. Steve Jobs, nel discorso di fine anno accademico tenuto alla Stanford University ha ammesso pubblicamente di non sapere nemmeno di avere un “pancreas” prima che un medico non gli diagnosticasse una rara forma di tumore.
Questo discorso è stato naturalmente filmato a regola d’arte, e scaraventato su You Tube ha fatto il giro del mondo che come sappiamo oggi è piccolissimo.
E’ un discorso di quindici minuti solamente, che Jobs usa con una maestria senza pari. Mi ha sconvolto ascoltare la sua voce, così bella e pastosa, così ricca di frequenze basse con quei suoni Yankee che amo e che sento dentro. Jobs descrive concetti profondi con parole semplici, non usa tecnicismi, non cerca alcun virtuosismo e forse proprio per questo arriva al cuore di tutta la sua audience. Racconta di se, degli inizi, del primo Machintosh, del licenziamento dalla sua stessa azienda e della sua riassunzione. Racconta i suoi sogni, la sua visione del destino, la sua malattia gravissima e relativa sconfitta. Jobs è un genio della comunicazione e forse nemmeno lo sa. Vi prego di ascoltarlo con lo stesso spirito critico che usereste ascoltando un doppiatore, o uno speaker. Steve Jobs è un fuoriclasse, non sbaglia niente, è pulito e vincente.
In questo momento, io compilo questo post con un computer Mac. Se è così bello e potente e stabile, è anche merito suo. Ora Jobs ai miei occhi è un uomo migliore, una di quelle persone che ti fa venire voglia di alzare lo sguardo che prima fissava la punta delle scarpe, e lanciarlo oltre il punto in cui la terra fa il solletico all’azzurro del cielo.





















