autore: marcodedomenico | 28 agosto 2008

Tutti uguali eppure tutti diversi…

categorie: altro

 D’estate leggo di più, è un fatto. 

Il lavoro si dirada, gli impegni si assottigliano, l’agenda del mio Mac fa l’eco. Così quando arriva il momento delle vacanze, insieme ai vestiti, al materiale per l’igiene personale e alla tecnologia (cellulare, laptop, macchina fotografica e Ipod), metto in valigia almeno una mezza dozzina di libri. Quest’anno sono stato monografico, ho acquistato e letto molti dei libri di Camilleri sul commissario Montalbano. 

 

Le prime venti righe sono state infernali, non capivo nulla! Mio padre che me li aveva consigliati, si è dimenticato di dirmi che sono scritti in siciliano. O meglio, sono scritti utilizzando i verbi, i sostantivi e gli aggettivi del dialetto palermitano, senza per altro tentare di imitarne la pronuncia. Leggere ad alta voce queste opere senza l’accento che meriterebbero, significa coprirsi immediatamente di ridicolo. Fanno venire in mente Giovanni di Aldo Giovanni e Giacomo quando a Palermo tenta una disperata parlata siciliana per convincere il primario dell’ospedale dove Aldo è ricoverato a fargli visita fuori orario.

Poi la matassa si sbroglia, è sufficiente far andare un po’ il cervello per capire piuttosto rapidamente che "guardare" in palermitano si dice "taliare". Che alzarsi (solo nella sua forma riflessiva) si dice "susirsi". Che "non avere voglia" si dice "non avere gana". E il gioco è quasi fatto.

Pensavo di conoscere quel dialetto, in ragione delle mie origini siciliane che mi hanno visto trascorrere gran parte delle vacanze estive di bambino a Messina. Evidentemente non ho imparato quasi niente. Più probabilmente, bisogna ammettere che il messinese con il palermitano non centra niente e buona notte. 

E’ così, il "dialetto siciliano" è un invenzione dei non siciliani per distinguerlo da altri dialetti. Ed è anche il bello dell’Italia delle regioni. Perchè a Milano si parla in un modo, e a Bergamo si parla in tutt’altra maniera. E sono distanti forse una quarantina di chilometri! 

Ieri visitavo un sito scritto in italiano che introduce alla cultura araba, per scoprire che l’arabo invece nei secoli è rimasto quasi immutato grazie al Corano, dunque alle Sacre Scritture, che fanno da evidente riferimento per la lingua che è parlata dal Marocco all’Iran e da 200 milioni di persone. 

L’italiano invece è quasi una chimera. Sarebbe la nostra lingua ufficiale, ma di fatto non lo è. Per andare in Polinesia in viaggio di nozze, abbiamo fatto scalo a New York. Li, ho dovuto chiedere informazioni in inglese a un poliziotto che capendo le mie origini mi ha risposto in siciliano con accento ammaragano. Ed era tutto contento di essermi stato utilissimo parlando quasi la mia lingua. A me invece è quasi dispiaciuto perchè volevo mettermi alla prova, e infine non ci sono riuscito!

L’italia dunque è nel mondo, con il suo ventaglio quasi infinito di dialetti e di modi di dire. Di accenti e di parole a volte diversissime di regione in regione. Eppure all’estero si sa che gli italiani parlano l’italiano.

Ma siamo sicuri? Se Luca Giurato non è capace di parlare in italiano perchè è romano, se metà dei corrispondenti del TG5 parlano con il loro potentissimo accento d’origine, perchè chi non lo fa di mestiere dovrebbe parlare in italiano? 

La risposta è che semplicemente non lo facciamo. 

Adoro ascoltare i ragazzi di qui, dei paesi della cintura milanese. Sono buffi, perchè sono tutti uguali. Sono perfettamente uguali per l’abbigliamento. Se a Milano in Corso Como ne vedi camminare 4 in fila, da lontano sembrano i birilli del biliardo. Ma se li tiro sotto con la macchina faccio filotto? 

No, sono del tutto identici anche nel modo di parlare. Qui in provincia si parla una specie di milanese di seconda generazione, infarcito di meridionalismi pronunciati alla lombarda, l’effetto vi assicuro è sconvolgente.

Conversazione tipica, tre ragazzi in scooter e casco al gomito che si radunano spesso nel posteggio davanti casa mia. Quando fra uno spot e l’altro mi prende la pigrizia, salgo una rampa di scale e vado fuori a fumare:

Ragazzo 1: Oh, belli, vedete che io non ci sto più dentro. Minchia mia madre mi ha pure sgamato che gli ho scippato la Punto. Dice che se mi piglia che gliela fotto mi cafudda.

Ragazzo 2: Oh, vedi che io te l’avevo detto di fare la colla per la benza. Tua madre ti ha sgamato perchè ha visto la lancetta più bassa.

Ragazzo 3: Si minchia però vedete che lo Studio zeta è lontano. Col cazzo che ci torno, ci sono pure i birri fuori che ti fanno il palloncino e le tipe se la tirano pure quelle cesse. Io domani sera me ne vado con mio cuggino all’Alcatraz che c’ha pure i fridrinc.

Ragazzo 1: Oh, minchia ha parlato il principino sul pisello, ma a te all’Alcatraz come ti vedono da lontano ti rimbalzano, meglio che te ne vieni con noi allo Studio che te la sciali pure.

 

Un giorno di questi li registro, tanto i mezzi tecnici non mi mancano di certo. E’ uno spettacolo, anche chi non  è figlio di meridionali usa delle parole che sono tipicamente del sud. Insomma il sud ha vinto sul nord, almeno nei dialetti. 

Anche perchè il poliziotto newyorkese mi ha risposto in siciliano, non in piemontese!!!

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Commenti (3)

  1. |

    Si! Marco ti prego fallo… registrali… ci conto!

  2. |

    hahaha!
    Hai fatto caso e leva su uno dei punti più curiosi di noi italiani. Abbiamo dialetti che cambiano a 10 km di distanza, con lingue protette dall’ UNESCU come patrimonio mondiale (sardo). Da buon Napoletano trapiantato a Modena (avevo 3 anni) ho fatto le mie belle guerre perchè le mie flessioni erano tutte partenopee. Oggi parlo un italiano pulito, piu italiano di chi pretendeva di insegnarmelo… una piccola rivincita dei patimenti passati da bambino :)

  3. |

    Bellissimo questo post…

    Ora che hai taliato sta risp susiti!

    F

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