Messo così, questo titolo sembra una provocazione linguistica.
Di fatto (sono certo lo sapranno in pochissimi) è il nome della lingua dei polinesiani puri. L’aggettivo “puro” per un polinesiano è quasi una chimera. E’ da oltre un secolo che il polinesiano inteso come di assoluta origine locale non esiste più. Sui mappamondi e sull’atlante, siamo abituati a leggere la scritta “Polinesia francese” per quell’angolo di mondo che è quasi al nostro perfetto antipodo. Ed ecco spiegato il perchè il polinesiano si è estinto, e con esso la sua lingua originale, il Reo Mahoi appunto. La Francia ha colonizzato quelle terre remote, quell’arcipelago quasi infinito, alla fine del XVIII secolo. Il nome stesso “Polinesia” deriva dal greco antico “molte terre”. Più di cento fra isole, isolotti, atolli e “motu” (isolotti minuscoli di sola sabbia e corallo a pochi cm dal pelo dell’acqua) sono senz’altro “molte terre”.
Povera Polinesia, non ha nemmeno un nome proprio.
E dunque il polinesiano antico, ha dei vocaboli che…. strano ma vero… sono d’uso comune anche nella lingua italiana.
Sembra un fatto surreale… cos’avrà mai da raccontarci un posto così remoto, quanto potrà mai arricchire la nostra cultura millennaria?
La risposta è presto detta. Ci sono evidentemente nomi propri di cose, o situazioni sociali prima inesistenti qui in Europa.
Pensiamo ad esempio al “tatuaggio”. Qualcuno ha notizie dei tatuaggi in tempi antichi? Non credo. Più facilmente saremmo portati a pensare che il tatuaggio è stato importato. Se ti avvicini a un tipico tamarro del quartiere Quarto Oggiaro di Milano, potrà dirti: “oh, bello, vedi che mi son fatto un tribbbbale sul collo!!!”
Tribale… tatuaggo.. tatooo…. ops, ecco un termine polinesiano.
E poi… Una cosa che non si deve fare, che non si può fare o pensare neppure a livello inconscio (i sociologi del novecento mi vengano in soccorso) è senz’altro un… “Tabù”. Ed ecco un altro bel termine di pura origine polinesiana.
Se poi a Milano, in zona aperitivo, hai in mente di berti qualcosa di fresco e gustoso, avrai senz’altro già ordinato un buonissimo “Maj Tai”, che scritto “Maita’i” in polinesiano significa appunto “buono”.
Quasi 19.000 chilometri ci separano da quell’infinita smitragliata di brufoli sulla faccia della terra, abbastanza per non farci arrivare nessuna notizia. Se un tahitiano di Papeete camminasse per le strade di Milano (povero lui) probabilmente nessuno a colpo d’occhio direbbe con certezza “quello è un tahitiano”. E anche sentendolo parlare, la situazione non miglirerebbe.
Mandiamo i nostri figli a scuola di inglese prima che sappiano l’italiano, ma non sappiamo distinguere il cinese dal giapponese, il coreano dal cambogiano e dal thailandese. L’indiano per noi è pellerossa, e in brasile parlano il “brasiliano”.
Che lingua parleranno sul motu di Tikehau, o di Rangiroa? Bah…
A metà agosto, di ritorno dalla mia luna di miele, spero di poter essere un po’ più preciso.
Ma il prossimo post, ve lo scrivo in Ya’udico.










>>Mandiamo i nostri figli a scuola di inglese prima che sappiano l’italiano
Il fatto che ci siano persone che non si preoccupano minimamente della educazione linguistica dei propri figli mi spiazza leggermente.
Non credevo si potesse arrivare a questi punti..
Comunque, rimanendo sempre in tema di genitori e figli, vorrei farti una domanda.
Ho un dubbio che mi attanaglia (cioè, più che altro attanaglia mio padre). Sono sicura al 95% che la parola “ecco” pronunciata correttamente si debba dire con la E aperta.. Mio padre ha sempre detto “ècco” e l’altro giorno abbiamo sollevato un dibattito circa la pronuncia di questa parola. Sorvolando il fatto che in questo caso (come molti altri) sentire la E stretta mi irrita un po’, ora sono nel panico perché non ho più idea di come si dica
Ripensando alla pronuncia in generale di alcuni doppiatori (compreso te, ma qui non ne ho la certezza), azzarderei a dire che forse si deve pronunciare con la E aperta.
Per cui nel più totale stato di confusione chiedo aiuto a te, così da poter schiaffare l’esito in faccia a mio padre. E se dovesse pronunciarsi aperta, perché nei casi di parole contenenti lo stesso suono (secco, becco, ecc..) la pronuncia cambia?
Chiedo scusa per la domanda impegnativa e non pertinente, e per l’assenza prolungata.
Buon viaggio per la luna di miele!
Ciao Claudia,
ti confermo che (come tu giustamente intuivi) la parola “ecco” si pronuncia con la e aperta, che graficamente in italiano si scrive è.
Quindi “ecco” si pronuncia ” ècco”.
Poi, “secco”, “becco”, ma anche “metto” si pronunciano senz’altro chiuse, diversamente da quanto si fa qui a Milano.
Non esistono in italiano regole precise sulla pronuncia corretta delle parole. Esistono semmai delle indicazioni di massima con una serie quasi infinita di eccezioni. In linea di principio Claudia, tieni presente che è impossibile fissare se non in forma generale appunto, dei criteri di fonetica storica su cui si fonda la distribuzione della e aperta o chiusa. Così come non si possono dare in forma assoluta regole pratiche per la corretta pronuncia della lettera “e” come per tutte le altre..
Quanto alla vocale chiusa “é” possiamo dire che nelle parole di formazione popolare, ereditate dal latino per trasmissione orale ininterrotta, la “e” tonica chiusa corrisponde di regola alla e lunga (graficamente non scrivibile con questa tastiera) o alla i breve del latino classico, che s’erano confusi nell’unico suono “é” fin dall’età romana imperiale.
Ad esempio cera, credo, seme, tela, credo, cresco, stella, tetto, vendo… e molti altri.
So che la mia spiegazione non ti soddisfa, e quando io stesso studiai queste cose, provavo una profonda frustrazione.
C’è una sola soluzione se si vuole parlare con perfetto accento italiano: studiare la dizione, e esercitarsi molto.
A presto!
No, guarda, la cosa essenziale era non aver fatto una pessima figura nell’ostinarmi a dar contro a mio padre

Per cui grazie mille della disponibilità e della spiegazione
Ciao!