autore: marcodedomenico | 2 agosto 2007

Una consonante per ogni provincia d’Italia? Compro una vocale!

categorie: altro, in pubblico, tips & tricks

italia.jpgRieccoci, oggi con una riflessione banale ma d’effetto.

Effetto regione, lo chiamerei.

Avete mai riflettuto sul fatto che ogni regione d’Italia ha una sua speciale pronuncia delle consonanti e delle vocali?

Facciamo una specie di discesa linguistica, da nord a sud.

Partiamo da Milano, dove la maggior parte delle vocali “e ” ed “o” viene mal pronunciata. Abbiamo scoperto che sebbene graficamente le vocali siano 5, nell’ortoepia diventano 7, vale a dire (repetita juvant) a, é, è, i, o, ò, u.

Anche le consonanti sono molte più di quel che si pensi.

Le esse ad esempio, sono due. C’è la esse aspra, quella di “sasso”, e c’è la esse dolce, o sonora, come quella di “paradiso”.

Anche per la zeta vale la stessa cosa… La parola “calze” andrebbe pronunciata con la zeta aspra. Così come “zucchero”, anche se qui a Milano la pronunciamo erroneamente con zeta sonora.

Mi rendo conto che non è così facile e così intuitivo pronunciare bene le nostre parole, ma d’altronde alle elementari ci hanno insegnato a scrivere e non a parlare. Che grande errore.

La mia maestra alle elementari era calabrese, parlava come Franco di Zelig. Un piccolo trauma, piccolo Marco.

E dunque.. scendendo lungo lo stivale si arriva ad esempio a Parma. A Parma la “erre” è pronunciata in maniera tutta particolare, tipica. E’ una specie di erre moscia, ma non proprio. La mia amica Silvia ora se la ride, essendo di Roncole Verdi.

In Toscana, patria di grandi poeti e vero riferimento per la pronuncia italiana, hanno ben altri difetti.

Messa da parte la non pronuncia e leggera aspirazione della lettera “c” in alcune posizioni (non tutte grazie al Cielo) perchè sarebbe troppo banale e troppo scontata, rilevo invece un serio difetto di pronuncia della “t”.

In Toscana non dicono “dove sei andato” ma “dove sei andatho”. Ci avete mai fatto caso? La “t” è pronunciata con la lingua troppo avanti, quasi sui denti. Il risultato è una thi, tipica del tosco. Quanto alla costruzione della frase non mi esprimo, in Toscana è divertentissima. La frase “dove sei andato” diventa ” i ddove te tu sei andatho”. Che meraviglia!

Roma…. eh, Rome wasn’t bild in a day. Proverbi e Morcheeba a parte, a Roma la pronuncia dell’italiano è davvero inconfondibile.  La doppia erre si dimezza, diventa una sola. La parola “guerra” ad esempio diventa “guera”.

Per non parlare delle troncature di parola, una pandemìa.

Campania, altro incanto di suoni, tutti belli ma per niente italiani.

Puglia, fanno un gran casino con le o aperte e chiuse… Nel foggiano poi le “a” diventano quasi delle “e”. Da rilevare poi che il pugliese non esiste, ovviamente. Esistono caso mai delle cadenze locali, legate alle città e paesi limitrofi. Un caro amico e cliente di Altamura mi fà spesso notare come la pronuncia cambi anche “da qui a lì”. A Bari parlano diversamente rispetto ad Altamura. Stessa provincia, dialetto diverso.

Anche qui a Milano del resto. A Legnano, quindi a meno di venti km da Milano, si parla diversamente.

Nel mio paesino, Casorezzo (Casurèèsss) si parla il milanese delle campagne, è incantevole sentirlo pronunciato dai vecchi.

Casorezzo, paesucolo disperso nella campagna Lombarda, è più facile fare un incidente contro un trattore che contro un’altra automobile.

Nelle Marche si parla sostanzialmente bene, quasi bene come in Toscana, e per certi versi anche meglio.

L’abruzzese, a dispetto della posizione geografica, si parla con un accento molto più meridionale di quanto si potrebbe pensare. Non mi piace molto, ma è il mio gusto personale.

In Umbria invece si respira l’aria di un impasto fra romano, toscano e marchigiano, adoro come parlano a Perugia!

La Sicilia meriterebbe un discorso a parte.. Io ho antiche origini messinesi, e ogni volta che mi reco a Messina (il 9 agosto sarò lì per un paio di giorni) ascolto dei suoni incredibili.

Il mio nome diventa “Macco”, perchè hanno un concetto della pronuncia della erre, a Messina, che meriterebbe un trattato.

A Palermo cambia tutto, la “erre” diventa caso mai una specie di “eeie”…

La parola “giornale”, a Palermo si pronuncia tipo “gioinnàle”. Guardatevi il film “I cento passi” e capirete bene a cosa alludo. Ne I cento passi si ascolta il palemmitano puro, incontaminato.

A questo proposito segnalo l’idea scellerata del caro amico Vito Planeta (agli intenditori di vino il cognome suggerirà un bouquet di profumi da urlo estatico) di realizzare il blog usalaminchia.it.

La destinazione d’uso pare chiara al primo sguardo. Vito è irriverente, e qualche divagazione letteraria non solo gli è concessa, ma addirittura richiesta.

L’italia non è solo l’Italia dei profumi e dei sapori, della letteratura e delle arti visive. L’Italia è anche uno stivale rigonfio di accenti regionali, di pronunce e di parole antiche che i media stanno rapidamente piallando in favore della squisita dizione italiana.

E’ un anti-post, questo. Per oggi viva i dialetti, ma da domani tutti a studiare dizione.

Abbracci da una Milano tropicale!

aggiungi il post al tuo social bookmarks: Queste icone linkano i siti di social bookmarking sui quali i lettori possono condividere e trovare nuove pagine web.
  • del.icio.us
  • Technorati
  • Digg
  • Wists
  • Fark
  • Furl
  • NewsVine
  • Reddit
  • Spurl
  • Taggly
  • YahooMyWeb
  • Segnalo

Commenti (18)

  1. |

    Ciao Marco, qrazie per questo affascinante viaggio nelle cadenze regionali. E grazie anche per avermi citato.

    In effetti, è vero: in una stessa provincia si attestano pronunce differenti d’una stessa vocale.

    Prendiamo Altamura (che hai citato nel tuo post). La frase:

    “andiamo a casa”

    a Gravina in Puglia (solo 12 km di distanza), diventa

    “andièmo a chèsa”.

    Un suono tra la ‘è’ aperta e la ‘a’.

    A Bari cambia tutto:

    “Andiòmo o còso”.

    Con una ‘a’ quasi ‘ò’ aperta, molto nasalizzata. Una pronuncia, per la verità, non gradevolissima da ascoltare.

    E togliersi questi vezzi articolatori è impresa davvero difficile per chi è di queste parti. Professionisti della comunicazione compresi.

    Basti pensare ai tg a carattere regionale, qui in Puglia: le annunciatrici (molto carine, senza dubbio) parlano una lingua che non è una lingua: una strana parlata a metà tra barese e italiano. L’artificio è evidente: e l’autorevolezza redazionale non ne guadagna molto. Nei servizi, invece, questa operazione di dissimulazione non c’è. I giornalisti parlano come mangiano (cime di rapa e cozze). Almeno sono da ammirare perché sono genuini.

    Insomma, Marco, pare che la dizione sia un bel casino. E articolare precisamente vocali e consonanti sia roba seria e difficile. Quindi continua pure ad essere prodigo di consigli, perché qui “l’aria è amara”

  2. |

    Averti come lettore è un onore, Francesco. Chi più di te ci può raccontare di come sia la cadenza delle tue parti?
    Ottimo, grazie. Aspettiamo adesso i commenti degli altri nostri amici…

  3. |

    ciao caro marco che bello questo post sugli accenti!!!! solo una doverosa precisazione, non abito a Roncole Verdi… ma zona limitrofa, comunque nella stessa zona la “erre ” cambia… in provincia abbiamo una errre molto più … “rotante”… mentre in città un pochino più morbida. e’ colpa dei francesi, Maria Luigia e tutta la sua banda ci han lasciato questa erre moscia, moscissima… solo l’erre però! :-)
    seguiro i tuoi post e tra quanche mese parlerò benissimo, erre compresa.
    ciao, baci. Silvia

  4. |

    Come si vede i commenti non mancano, su Usalavoce.it!
    Grazie Silvia, grazie Silvia di Fidenza….
    Meno male che in “Fidenza” non c’è alcuna erre, né moscia né dura! :)

  5. |

    Ciao Marco, una precisazione sulla pronuncia Toscana, non è ” ddove te tu sei andatho” ma “indò tu sei andatho”.

    In Toscana pronciamo male anche la “p”
    Per esempio la parola “pipa” viene pronucianta come se dopo la prima “p” ci fosse un soffio”, ovvero phhipa”

    E poi c’è l’uso improprio del “si”, che equivale un po’ all’ ON francesce (On y va …), cioè “Si va, Si dice etc etc”

    E poi c’è enorme differenza tra un aretino, un senese, un grossetano, un livornese e un fiorentino.
    C’è addirittura differenza tra la lingua parlata a Firenze e la lingua del mio verde Mugello nonostante ci siano 30 km di distanza.

    Anche se in molti pensano che esista solo la “c” aspirata” in realtà in Toscana sbagliamo moltissime parole, per non parlare della cadenza volgare che abbiamo.

    Abbiamo sicuramente più facilità con gli accenti, ma a differenza delle altre regioni non esiste per molti una distinzione tra “dialetto” e “italiano”.

    Credo che la lingua ufficiale italiana non esista (e lo dico da Fiorentino!!!).
    L’unica lingua che viene definita ufficiale e sostanzialmente quella che proviene dal parlato televisivo che purtroppo aihmè è ancora il mezzo più forte a livello di penetrazione (e pensare che la radio ha quasi 90 anni…)

    Sei d’accordo?

    In conclusione, a differenza di quanto si possa pensare, anche un Toscano ha bisogno di un po’ di dizione e dovrebbe smetterla di essere convinto che il Fiorentino è la lingua più vicina all’italiano (e lo dico da persona che ha sempre vissuto nella campagna verde del Mugello!!!)

    Ciao

    Tommy

  6. |

    Grandissimo Tommy! Magnifico esempio di dj del Mugello. Ichhè si dice dalle tu parti?
    Anzitutto, e te tu scià ragione! Sono andato via un po’ veloce, e non mi sono soffermato troppo sugli errori di prounicia tipici della Toscana.
    La cosa della P è verissima, l’ho dimenticata. A questo punto inseriamo anche la G e la C, spesso dette come se fossero SGI e SCI…
    Quanto alla differenza di pronuncia fra le varie province toscane niente di più vero.. A Livorno è una cosa (il livornese insieme al pisano sono davvero “sguaiati”) e una cosa è l’aretino, o il fiorentino, o il grossetano. Fra pochi giorni sarò Castiglione della Pescaia in vacanza, farò il pieno di squisito accento locale.
    Quanto alla lingua italiana beh, diciamo che la corretta pronuncia della nostra lingua è quasi un’aspirazione, un traguardo, per noi comunicatori. Ma quanti in Italia parlano un perfetto italiano e ben pronunciato? Forse solo gli speaker, qualche conduttore radiofonico severo con se stesso, e gli attori di teatro. Stop.
    Forse è quasi meglio così..
    Tommy, aggiungo che la forma impersonale (il “si va a giocare, si va allo stadio, si torna a casa) il Toscana è un must, un segno distintivo, per me sempre così bello da ascoltare….
    Abbracci, buone letture.

  7. |

    [...] Ecco invece un divertente articolo dal blog di Usa la voce: “Una consonante per ogni provincia d’Italia? Compro una vocale!” [...] così come raccomando di iscrivervi al feed di Usa la voce [...]

  8. |

    Concordo: il toscano sarà pieno di errori ma è l’accento più piacevole da ascoltare; secondo me, che sono pugliese, tra toscano e resto d’Italia c’è la stessa differenza che c’è tra inglese british e inglese parlato nel resto del mondo.
    Contributo alla casistica locale: tra Molfetta e Terlizzi (9 Km) (prov. BARI) la pronuncia delle o è diametralmente opposta.

  9. |

    Ciao!! Davvero carino questo post!!
    Io sono marchigiana! Ti ringrazio per aver detto che la nostra “lingua” vicina all’italiano… in effetti escludendo il dialetto vero e proprio, la cadenza non è proprio male…
    Le maggiori difficoltà però sono:

    - LS NS RS in cui pronunciamo la s praticamente come se fosse z… infatti quando ci faccio caso inorridisco… cose tipo penzo, inzenzato, ecc…

    - la T che soprattutto dopo L ed N divenda d… la mia prof di matematica dice sempre ” quande volde ve lo devo ripetere??”

    - la G che soprattutto all’inizio di frase è molto… dolce, tipo la j francese di Jaques

    - la B che diventa v, per esempio “va vene??” (anzichè va bene)

    - ultima cosa la RE finale dell’infinito dei verbi che scompare, un po’ come per il romano: ” fammi anda(re) via!”

    Ecco qua! Spero di essere stata chiara!!
    Comunque mi piacerebbe molto fare un cordo di dizione…
    Ce vedemu parguli!! (Ci vediamo ragazzi!)

  10. |

    Ciao Elena.. grazie per il tuo commento.,…. apprezzo moltissimo i “reportage” linguistici che provengono direttamente dalla nostra bellissima Nazione.
    TI prego, se ti va, di commentare anche i miei post più recenti.. questo risale a molti mesi fa….

    Ce vedemu parguliiiiiiiiiiiiiiiiii !!!!

  11. |

    ciao! siccome sono fiorentina mi permetto di correggerti una cosa: “i ddove te tu sei andatho” non so che lingua sia!! qui si dice “indo tussè andaho?”
    ciao un salutone da firenze!

  12. |

    Ciao Marco,ho scoperto il tuo blog per puro caso(ero partita in cerca di musica dance anni ‘90 e sono finita qui) e ne sn felice! Ho deciso di commentare questo post degli accenti perchè lo trovo scanzonato,oltre che sicuramente interessante. Io vivo a Lodi e ho genitori siciliani che ,essendo più nel dettaglio catanesi, non pronunciano le erre in eiee ..e meno male! Anche in Sicilia come ne resto d’Italia i dialetti e le pronunce cambiano. Ad esempio a Caltanissetta trasformano le “a” in “e” con un risultato che da un normale “chi ci fiiice?” diventa “che ce feece” e via dicendo. Mi si è aperto un mondo con questo blog.. ti faccio i complimenti e di certo continuerò a leggerti :) ciaoo

  13. |

    Ciao Stefania, grazie di cuore per il tuo prezioso commento.
    Bello conoscere nuovi amici, bello vedere che questo blog raccoglie persone molto sensibili sull’uso che facciamo della nostra voce.
    Io abito a un passo da te, il mio piccolo paesino è proprio sopra Lodi, ed essendo anch’io di origini siciliane, mi diverto ad ascoltare come parlano qui, e come invece parlerebbero a Messina, o a Catania, o a Palermo.
    Continua a leggermi, mi fa soltanto piacere.
    A presto.

  14. [...] invece un divertente articolo dal blog di Usa la voce: “Una consonante per ogni provincia d’Italia? Compro una vocale!”. E, rimanendo in tema di voce, ne approfitto per segnalare la recente uscita del libro “Il [...]

  15. |

    Ciao Marco!
    Ho letto con grande interesse e col sorriso sul volto il tuo post, veramente simpatico! Però ti devo fare un piccolo appunto: hai dimenticato noi sardi! Lasciando da parte un po’ di orgoglio isolano devo ammettere che la pronuncia tipica sarda che il resto dell’Italia conosce è tremenda, la calata colma di consonanti doppie che tutti associano a noi sardi insieme ad “ajò” ed “eia”. Ma quello che molti non sanno è che quella non è la pronuncia di tutta la Sardegna, anzi! La storia incerta della Sardegna è stata influenzata da.. beh, più o meno tutte le civiltà che si affacciano sul Mediterraneo, e la natura del territorio ha permesso a queste influenze di rimanere piuttosto isolate, rendendo l’isola un immenso mosaico linguistico. Sarebbe lungo elencare qui tutte le differenze di pronuncia che si incontrano nel territorio, ma basti sapere che esse sono commisurate al numero di dialetti, lingue ed inflessioni presenti, davvero un’infinità. La cosa più particolare, forse, del sardo, è che noi siamo consapevoli dell’accento che abbiamo (o che ci viene erroneamente attribuito) e che tendiamo a nasconderlo o addolcirlo quando ci trasferiamo in altre zone d’Italia, mentre molto spesso, come hai citato tu l’esempio toscano, altre regioni non hanno questa coscienza e pensano che la propria pronuncia sia la più bella d’Italia, e ne vanno fieri.
    Ti invito veramente a visitare la Sardegna, ad andare oltre la superficie per turisti e conoscere la cultura e le pronunce locali.
    Complimenti per il blog!

  16. |

    Ciao Luigi, grazie di vero cuore per il tuo commento che giudico preziosissimo ai fini di questo blog professionale sull’uso della voce.
    Introduci tra l’altro un argomento del quale parlavo l’altro giorno con un amico di Cagliari.
    Come la Lombardia ha diversi dialetti anche a distanza ravvicinata, e così per la calabria, la Puglia (casi limite di dialetti diversi per comuni limitrofi) anche la Sardegna vanta un’infinità di inflessioni dialettali.
    Ad Alghero, città che mi ha ospitato per qualche tempo sentivo parlare un dialetto davvero particolare, simile al castigliano. Anche a Genova!!! Poi ho ascoltato tanto e intensamente la parlata della Costa Smeralda.
    Quest’agosto sarò in Sardegna per vacanze, prevedo di andare a Calasetta. Sarà bello poter far mio anche quell’accento, scoprire cose nuove nel mondo dei suoni, delle cadenze, dei dialetti.
    Ti abbraccio e ti invito a leggermi sempre.

    Marco

  17. |

    Da friulana figlia di una ferrarese e di un tarantino mi sono molto divertiita nel leggere i vari difetti, ma.. del modo di usare le vocali dei triestini.. non diciamo nulla??

  18. |

    Ciao Marco,
    desidero intervenire in questo post in quanto studioso di linguistica. E’ più forte di me: alcune osservazioni e commenti che ho letto mi invitano a riportare quella che penso possa essere l’opinione di chi si occupa della lingua da un punto di vista scientifico.
    La situazione linguistica dell’Italia è sicuramente frammentata: è sotto gli occhi di tutti e questa deve essere considerata una grande ricchezza del nostro Paese. Io non parlerei delle pronunce regionali dell’italiano come “errate”: esse sono in realtà la situazione linguistica reale dell’italiano. Praticamente nessuno infatti parla il cosiddetto “italiano standard” (salvo, appunto, speaker, attori, doppiatori, ecc.) e la varietà è ciò che contraddistingue la lingua di tutti i giorni. E non è neanche scientificamente corretto dire che esistono varietà o pronunce “migliori” o “più belle” di altre in assoluto. Questo è quello che viene considerato un tipico pregiudizio linguistico: ritenere, cioè, che esistano lingue più belle o più brutte, migliori o peggiori di altre (e anche, più semplici e più diffcili, più o meno “logiche” e altri pregiudizi del genere…). Il linguaggio è anche una convenzione: ed è una convenzione se la pronuncia standard dell’italiano poggi su alcune basi precise (fiorentino letterario del 1300, per via, a quell’epoca, di maggior prestigio culturale). Nell’italiano standard non c’è però nulla di intrinsecamente migliore o più bello rispetto ad altre varietà. E’, ripeto, un’astrazione e una convenzione, che ha sicuramente un’importanza nella formazione di una lingua comune da Trieste a Trapani.
    Anche il toscano oggi, d’altronde, è diventato, al pari delle altre, una varietà regionale dell’italiano; anzi, si è distanziato molto dall’italiano standard, e penso che ciò sia sotto gli occhi, o meglio, sotto gli orecchi di tutti.
    Non sarei nemmeno così sicuro, come ho letto, che in Toscana non esiste la distinzione tra italiano regionale e dialetto. In tutte le regioni d’Italia, infatti, esistono, da una parte, il dialetto (che, si noti, non è, come molti pensano, una sorta di “corruzione” dell’italiano: tutti i dialetti d’Italia derivano indipendentemente l’uno dall’altro dal latino, così come l’italiano), dall’altra parte quello che ho già citato più volte come “italiano regionale”, cioè un italiano influenzato (nella pronuncia, nella sintassi, nella morfologia, nel lessico, ecc.) dal dialetto: questo rappresenta la situazione linguistica tipica del nostro Paese e non è affatto da demonizzare: è ciò con cui conviviamo tutti i giorni.
    Nello scritto, come si può facilmente notare, le differenze regionali sono decisamente attenuate. E’ nel parlato – specie nella pronuncia – che sono più marcate, tanto che è per tutti facile capire grosso modo da dove provenga un parlante. Un lieve accento regionale, però, è assolutamente naturale e attira simpatia, magari privato dei tratti più marcati nei contesti più formali o nella comunicazione tra parlanti di regioni diverse.
    La lingua ce la sentiamo sulla pelle: è identità e diversità culturale. La varietà arricchisce e moltiplica le nostre possibilità. E’ una cosa di cui dovremmo andare fieri. D’altro canto, dobbiamo essere consapevoli che essa è la norma nel linguaggio: guardate quante lingue e quante varietà di queste lingue vengono parlate nel mondo! E’ impossibile dare dei giudizi scientifici su quale lingua o varietà sia migliore delle altre. Certo, ognuno può avere gusti personali, e nessuno può toglierli. Io personalmente adoro la nostra lingua e la sua storia di varietà e di standardizzazione, due tensioni opposte che convivono, com’è giusto. Ma non vogliamo però dare a gusti personali caratteri di assolutismo: tutte le lingue sono sullo stesso piano, sono tutte complesse, tutte difficili, tutte dotate di una loro intrinseca logicità (il latino, che, si sente dire spesso, e erroneamente, sarebbe una lingua “logica”, tanto quanto il cosiddetto dialetto, concetto in realtà sociale e non linguistico: non c’è differenza intrinseca tra lingua e dialetto).

    Mi scuso per lo sfogo. Vorrei condividere con voi tante altre riflessioni. Per ora però è meglio se mi fermo! ;-)
    La linguistica, lo studio delle lingue e del linguaggio, è la mia grande passione e ho voluto condividerla con voi.

    Spero di sentire qualche vostro commento,
    Roberto

Scrivi un commento




(non verrà pubblicata)



(link sul nome dell'autore)


commento:

n.b.
il tuo commento non verrà pubblicato finchè il moderatore non lo approverà. Un messaggio e-mail sulla casella che hai indicato , ti avviserà quando il tuo commento sarà reso pubblico.